di Alberto Leiss
Ha fatto discutere la cantante Delia al “Concertone” del Primo maggio: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” è parsa una cancellazione che snatura il senso della canzone “Bella ciao”, testimonianza cantata in tutto il modo della vittoria liberatrice della resistenza italiana contro il nazifascismo.
Delia si è difesa dicendo che voleva “allargare un po’”. Perché dato tutto quello che sta succedendo, la guerra, “essere umano” fa capire che non è soltanto qualcosa che riguarda il passato. Non è soltanto qualcosa che riguarda l’Italia con la resistenza ma è una cosa che purtroppo succede ancora oggi. L’intenzione, anche per me sbagliata, non sarebbe stata “cattiva”. Dare a quel canto un valore ancora più “universale”, contro i violenti potenti di oggi. Forse dobbiamo discutere sul significato di parole come “essere umano” e l’universalismo a cui allude.
Ho pensato al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Il senso di giustizia, di pace, e di lotte necessarie che quelle parole ci comunicano, penso sia legato alla straordinaria personalità e vita, e atroce morte, di chi le pronunciava. Quali prove abbiamo che l’“umanità” di per sé contenga quei valori? Siamo incontestabilmente la specie animale più violenta sul pianeta. Potremo presto distruggere anche noi stessi oltre ad avere già molto compromesso la Terra e provocato l’estinzione di moltissime altre specie viventi.
Il senso positivo attribuito alla parola “umanità” credo nasca proprio dal voler reagire a questa condizione tremenda. Si sono fatti anche pensieri, rivelatisi tragicamente errati, sulla formazione di un “uomo nuovo”, guarito dalle passioni aggressive e distruttive. D’altra parte la tensione verso una dimensione di vite e di culture “universalmente” condivise da tutte le civiltà umane, non resta un sogno che vale la pena sognare? Intendiamoci anche sulla parola “universalismo”. Ho sfogliato in edicola il libro appena uscito di Giovanni Brizzi, storico molto stimato in Italia e all’estero, “La terra del tramonto. L’Occidente, i suoi dèi e i suoi demoni” (Solferino, 2026).
Mi è sembrato assai interessante, una “carrellata” dalle origini fino ai giorni nostri, con l’idea, se non erro, che l’identità più forte, e preferibile, di questo Occidente oggi in piena e violentissima crisi di identità, sia l’“umanesimo”. Ci sono svariate pagine di bibliografia: ho scorso nomi di autori, di tutte le epoche, quasi, se non del tutto, esclusivamente maschi.
L’“universalismo” occidentale di cui facciamo sempre più fatica a andare fieri aveva, tra gli altri, questo difetto: era androcentrico. Chiudo provvisoriamente con due citazioni. Una ancora di Lia Cigarini: «…resta che la differenza femminile […] è mediatrice della differenza sessuale, quindi della differenza maschile. In altre parole, meno appropriate ma più chiare, la differenza femminile è mediazione universale (“universale” essendo un termine del linguaggio dell’uno, mentre ci servirebbe una parola relazionale)».
Dall’articolo Meteore, nel libro “La politica del desiderio e altri scritti” (Orthotes, 2022). Quella “parola relazionale” non l’abbiamo ancora trovata. Intanto è necessaria una battaglia linguistica contro parole che ci annebbiano la mente, come “identità”. Lo fa bene Stefano Sarfati su questo giornale, a proposito del ragazzo ebreo che ha sparato alla coppia dell’Anpi: «[…] non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità».
(il manifesto – In una parola. La rubrica settimanale su linguaggio e società. 5 maggio 2026)

