21 Febbraio 2026
il manifesto

Safaa Odah, una tenda in Palestina

di Virginia Tonfoni


Parlano due artiste del fumetto: Safaa Odah, che dalla Palestina assediata ha continuato a postare i suoi lavori, e Pat Carra, che dall’Italia l’ha notata


Una illustrazione dal libro «Safaa e la tenda» (Fandango) di Safaa Odah
Una illustrazione dal libro Safaa e la tenda (Fandango) di Safaa Odah


Mentre i potenti si accordano su quella che chiamano pace, a Gaza il fuoco israeliano continua a imperversare e a mietere vittime innocenti. La popolazione locale, decimata, ha sperimentato ogni tipo di sofferenza eppure resiste.

L’illustratrice Safaa Odah- come altre prima di lei- lo fa disegnando e diffondendo il suo lavoro sui social. Qui da noi l’attenta e impegnata vignettista Pat Carra nota i suoi post. Tra loro nasce una profonda amicizia e un commovente scambio creativo. È Pat Carra a curare la versione estesa e tradotta in italiano del suo libro Safaa e la tenda (Fandango).

Pat, come hai incontrato il lavoro di Safaa, quali sono le tappe della vostra amicizia e collaborazione?

Ho incontrato Safaa Odah sui suoi social nel 2024, quando ha cominciato a disegnare sulle pareti della tenda perché aveva finito la carta. Mi hanno colpito l’energia e la dolcezza della sua testimonianza sul genocidio, e il suo tratto essenziale e morbido. Le ho chiesto subito di collaborare alla rivista Erbacce, che le ha dedicato la rubrica «Una tenda in Palestina».

Tra noi, nella continuità di messaggi via mail e whatsapp, si è stabilita nel tempo una relazione che tiene insieme amicizia, fiducia, coscienza femminista, lavoro. Un giorno, mentre Safaa attraversava un momento di grande angoscia, sono «entrata» in un suo fumetto disegnandomi accanto a lei: siamo sedute davanti alla sua tenda, che sembra volare.

Siamo a mezz’aria e tenendoci per mano sopravviviamo a un capitalismo che non è definibile con parole umane. I disegni a quattro mani si ripetono nel tempo ma raramente: accadono quando le parole non bastano più. Allora mi appello al fumetto, il linguaggio e la fede che abbiamo in comune, come per incarnare un incontro, e il nostro incontro diventa immaginario e reale nello stesso tempo.

Safaa, bentrovata. Come ti è venuta l’idea di rendere la tenda un personaggio delle tue storie?

Salve a tutti, mi chiamo Safaa Odah, sono un’artista palestinese, precisamente della striscia di Gaza, da dove rispondo a queste domande. Sono stata sfollata il 26 maggio 2024. Mi sono trasferita nell’area di Al-Mawasi, un luogo che non aveva alcun tipo di servizio, un deserto arido. Non avevo una tenda né altro. È stato un inizio molto difficile per me, uno shock psicologico, perché prima vivevo in una casa. È vero che stavamo già vivendo in guerra, ma essere sfollata ha reso la crisi insopportabile, perché abbiamo affrontato tante situazioni indescrivibili. Non avevo una tenda, nulla, in una zona senza alcun mezzo di conforto, solo dune di sabbia, piena di epidemie, insetti e cani. C’erano solo detriti di razzi ovunque. Era un’area insalubre e insicura, ma era tutto ciò che avevamo. Così è iniziata la storia. Ho cominciato con la tenda. Ho vissuto molte storie, crisi, dolori, oppressione e ingiustizia. Disegnavo già prima, ma con la tenda i miei disegni hanno iniziato ad affrontare temi più precisi, più dolorosi e più delicati. Con il tempo, la tenda è diventata testimone dei più piccoli dettagli. È stato naturale che questa tenda diventasse una parte importante del mio libro, La Tenda. Diciamo che la tenda si è imposta su di me.
Come entrano sentimenti come la speranza e la fede nel tuo lavoro?

Sono una credente, ma la mia fede è cresciuta ancora di più durante questa guerra. Dio ha creato dentro di noi un insieme di sentimenti e anche se siamo circondati dalla morte il più importante di questi è la speranza. L’odore della morte proviene da ogni parte, ma dentro di noi c’è sempre una voce che ripete: «Domani sarà migliore». Questo mi ha sostenuto durante questa guerra è la convinzione che domani sarà migliore. Siamo molto fedeli e crediamo che, per tutti i massacri, il dolore, la fame, le perdite e l’oppressione che questo popolo ha vissuto, Dio ci ricompenserà con il bene. Se una persona perdesse questa speranza, sinceramente preferirebbe la morte. Ma la qualità della fede dentro di noi è la nostra pazienza.

Sono cambiati i materiali che usi per disegnare?

Sì, naturalmente le cose sono cambiate. Prima usavo il tablet, come la maggior parte degli artisti. Dal 7 ottobre la situazione è cambiata a causa delle interruzioni di corrente. Non ho elettricità, quindi sono tornata a carta e matita.

Nonostante gli svantaggi e l’allontanamento dalla tecnologia, carta e matita hanno una bellezza speciale, e l’ho sentita riflessa nel mio lavoro. Non è stato facile: avevo solo carta e una matita, e in genere uso un solo colore. Non era facile trovare carta, e a un certo punto sono stata costretta a disegnare sui muri della tenda. Attualmente soffro per la scarsità di penne da disegno specializzate, che sono rare e costose. Anche la carta è limitata, e non c’è spazio per sentirsi liberi di sperimentare o sbagliare. Devo pianificare molto di più rispetto a quando usavo il dispositivo digitale. Nonostante tutto, considero questo cambiamento molto bello. Ho messo molte emozioni nei miei disegni e, grazie a Dio, sono riuscita ad andare avanti. C’era anche la paura che la pioggia o i topi danneggiassero il mio lavoro. Ma finché sono riuscita a trasmettere i miei messaggi, per me è stato un successo.
Cosa vuoi mostrare della vita delle donne in Palestina?

Le donne palestinesi sono molto forti. Siamo state sottoposte a un genocidio devastante i cui dettagli sono diventati estenuanti e dolorosi. È stata una crisi dopo l’altra e col tempo la pressione è diventata enorme. E chi affronta tutto questo? Le donne palestinesi, perché alla fine hanno una famiglia, un marito, dei figli. È vero che anche gli uomini hanno responsabilità, ma le donne hanno portato un peso molto, molto grande. La vita nella tenda non è facile. Come può una madre restare salda? Come può mantenere forti i suoi figli? Come può adempiere ai suoi doveri? Abbiamo sofferto la fame. Come hanno fatto le madri a trovare cibo dal nulla? Non avevamo gas per cucinare. Come hanno trovato legna da ardere quando non ce n’era e i prezzi erano altissimi? Come hanno cercato di mantenere i figli puliti quando dovevano trasportare l’acqua da lontano?

Alcuni codici a barre aggressivi entrano nei tuoi disegni. Che ruolo ha avuto l’economia nel genocidio?

È stato un aspetto molto importante, perché ci ha colpito duramente. Come è stato mostrato sui social e nei notiziari, abbiamo vissuto una carestia che ha occupato una grande parte della guerra. La guerra era dolorosa, ma la fame è stata una storia ancora più grande. Durante la carestia non avevamo letteralmente nulla da mangiare. La cosa più importante per noi — la farina — mancava. A volte si trovava solo un chilo. Considerate che la famiglia più piccola a Gaza ha almeno cinque persone. Un chilo di farina produce solo otto pezzi di pane, e costava non meno di cinquanta dollari, a volte anche di più. Pagare una cifra enorme per pochissimo pane che non bastava a sfamare la famiglia è stato devastante. La farina è stata una delle cose che ci ha divisi. Se avevi farina, la gente diceva: «Sei fortunato, sei quasi un borghese!». Non avevamo zucchero né altro cibo. A volte c’era riso, ma vivere solo di riso era estenuante. Un cucchiaio di zucchero poteva costare dieci dollari. Ricordo quando mio fratello portò farina e zucchero: sembrava una festa. Saltavo come una bambina. Era una reazione normale dopo tanta privazione. Molte persone sono state uccise mentre cercavano di ottenere aiuti, solo per un sacco di farina. È stato un periodo terribile. Anche solo ricordare la carestia mi spaventa. Prego che non torni mai più. Ora, quando vado al mercato e vedo farina e carne disponibili, ringrazio Dio e dico: «Non avrei mai immaginato di vivere abbastanza per rivedere queste cose.»


(il manifesto, 21 febbraio 2026)

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