di Widad Tamimi
Il diritto internazionale non ammette sconti, nemmeno quando il cielo si riempie di droni e missili: ogni potenza occupante è legalmente responsabile della vita della popolazione soggetta al suo controllo. È un principio che non sfuma e non si sospende, nemmeno in caso di conflitto con un paese terzo. L’occupante ha l’obbligo giuridico di difendere anche la terra occupata e chi la abita come se fossero i propri confini e i propri cittadini.
Mentre il nuovo picco di ostilità tra Israele e Iran segna la seconda escalation in meno di un anno, l’obbligo di protezione sancito dal diritto internazionale naufraga di fronte alla realtà dei territori occupati, dove la popolazione palestinese rimane priva di ogni difesa strutturale. Nelle città della Cisgiordania e tra le macerie di Gaza, i palestinesi guardano l’orizzonte senza schermi protettivi: non ci sono shelters in cui rifugiarsi, non risuonano sirene d’allarme che annuncino il pericolo imminente, non esiste una difesa per la popolazione palestinese.
Una protezione a geometria variabile
L’assenza di infrastrutture di sicurezza non è un caso logistico, ma l’esito di una precisa scelta politica e militare. Mentre nelle città israeliane il sistema Iron Dome e una rete capillare di rifugi offrono una protezione d’avanguardia, i palestinesi del ’48 – ovvero i cittadini palestinesi d’Israele – e i residenti dei territori occupati si ritrovano «fuori dalla bolla». Le cronache dell’ultimo conflitto con l’Iran avevano già riportato dati inquietanti: numerosi palestinesi del ’48 denunciarono all’epoca di essere stati chiusi fuori dai rifugi pubblici o di non avervi avuto accesso durante i lanci di missili balistici.
In Cisgiordania, la minaccia si fa fisica e immediata. Dal cielo cade una vera e propria «pioggia di metallo»: a giugno 2025 vari palestinesi dei territori occupati erano rimasti feriti sia dall’impatto diretto dei vettori iraniani che dai detriti delle intercettazioni avvenute sopra le loro teste. Frammenti incandescenti piovono su centri abitati deliberatamente lasciati privi di sistemi di allerta, trasformando lo spazio aereo in una trappola mortale per chi sta sotto.
L’apartheid tecnologica: la violazione della IV Convenzione
Questa asimmetria non è solo un’ingiustizia morale, è una violazione deliberata di articoli del diritto internazionale umanitario. La IV Convenzione di Ginevra (1949) e il I Protocollo Aggiuntivo stabiliscono obblighi che l’occupante sta sistematicamente ignorando.
Innanzitutto, l’obbligo di allerta (Early Warning): la potenza occupante che detiene il monopolio dei radar e dello spazio aereo ha il dovere legale di estendere i segnali di allarme a tutta la popolazione sotto il suo controllo effettivo. Negare le sirene ai centri palestinesi mentre le si aziona per gli insediamenti dei coloni a pochi chilometri di distanza configura una discriminazione sistemica che nega il diritto alla vita su base etnica.
E poi, la segregazione dei rifugi: l’articolo 58 del I Protocollo impone di adottare «le precauzioni necessarie» per proteggere i civili dagli effetti degli attacchi. Impedire ai palestinesi di edificare bunker (attraverso il blocco sistematico dei permessi edilizi in Area C) o non fornirne di pubblici espone arbitrariamente milioni di persone al pericolo di morte.
L’occupante agisce qui come un «amministratore fiduciario» che ha tradito il proprio mandato. Se si sceglie di intercettare un missile sopra Ramallah per proteggere Tel Aviv, ma non si fornisce alla popolazione di Ramallah né l’allarme né il riparo, si sta utilizzando il territorio occupato come una zona cuscinetto sacrificale.
Il garante venuto meno
Non solo. Come sempre, l’escalation regionale funge da formidabile dispositivo di distrazione di massa. Mentre l’attenzione del mondo è ipnotizzata dal duello balistico tra Tel Aviv e Teheran, la pressione internazionale per spezzare l’assedio di Gaza è evaporata. La fame e la crisi sanitaria sono già diventate note a piè di pagina.
Per il popolo palestinese, l’allargamento del conflitto significa invisibilità. Ogni nuovo missile tra Israele e Iran drena l’attenzione mondiale, svuotando di significato le richieste di accesso umanitario a Gaza. È la cronaca di un abbandono annunciato: mentre il mondo guarda altrove, la punizione collettiva contro i civili palestinesi prosegue, al riparo da occhi indiscreti.
Questo sebbene l’occupante sia responsabile di ogni sofferenza evitabile causata ai civili dalla propria negligenza nel proteggerli, a prescindere dal fatto che sia in guerra contro terzi o meno. L’onere che deriva dal fatto di aver privato un popolo della propria sovranità e dei propri mezzi di autodifesa.
Il principio cardine resta saldo, nonostante le violazioni: la potenza occupante non può sacrificare la popolazione occupata per preservare i propri interessi o i propri cittadini. Lasciare milioni di persone «scoperte» sotto un fuoco incrociato non è una fatalità della guerra: è un’omissione di soccorso elevata a sistema di governo, una violazione strutturale che la comunità internazionale non può continuare a ignorare mentre il cielo del Medio Oriente si infuoca.
(il manifesto, 3 marzo 2026)

