di Alessia Manzi
«Non dimenticherò mai i volti sorridenti il giorno della liberazione di Kobane. Come donna araba, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne (Ypj) sono state un grande esempio per me e tante altre: solo insieme possiamo vincere contro il patriarcato e lo Stato Islamico». È il racconto di Arjen Furat, combattente Ypj, impegnata al fronte. «La comunità internazionale deve ricordare che il nostro sacrificio ha liberato l’umanità dal pericolo dell’estremismo islamico».
Nelle scorse settimane la situazione in Siria è precipitata. L’offensiva del governo di transizione di Ahmad Al-Sharaa e dei mercenari filoturchi dell’Esercito nazionale siriano (Sna) ha travolto prima i quartieri curdi di Aleppo e poi le città di Raqqa e Tabqa, che le Forze democratiche siriane (Sdf) e le Ypj avevano liberato dallo Stato islamico meno di dieci anni fa. L’avanzata, fronteggiata solo dalle forze della Siria del nord-est, è giunta fino alle prigioni in cui sono detenuti i miliziani di Isis, quelle di Al-Shaddadi e Al-Hol, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. «Mutilare i corpi delle combattenti martiri rientra nelle pratiche comuni dello Stato islamico. È un modo per punire le donne e mandare un messaggio a tutte coloro che si organizzano contro un sistema che le avrebbe volute schiave – racconta Amara, una giovane internazionalista – Ad Aleppo, così come a Raqqa, le Ypj hanno annunciato di continuare a resistere. L’attacco contro le donne è stato sferrato contro la loro libertà e la possibilità di autodeterminazione».
«In Rojava – continua Amara – le donne hanno dimostrato che ci può essere un altro destino oltre a quello previsto dal patriarcato. Non bisogna accettare di essere solo madri, mogli e restare chiuse in casa. Nelle Ypj, le donne hanno trovato la loro forza e la loro autodifesa. Ma non è così solo nelle unità armate: tutte le donne, giovani e anziane, madri e non, devono essere in grado di difendersi». «L’autodifesa non è un concetto relativo solo alle armi – ci spiega Zeryan, dall’Accademia di Jineolojî in Europa – È un concetto che nella jineolojî (scienza delle donne) e nel movimento per la libertà delle donne è connesso alla consapevolezza. Le donne devono essere consapevoli del proprio ruolo nella società. E si devono organizzare insieme contro il proprio nemico: il sistema patriarcale e genocidiario».
«Nel contesto attuale del Rojava – continua Zeryan – l’autodifesa si trasforma in una pratica che porta le donne a scendere in strada insieme e a difendere la propria esistenza. Ma tutta la società ha incarnato questo senso di autodifesa: la libertà conquistata è stata raggiunta insieme, e nessuno vuole che vada perduta». Dopo la fine dei colloqui tra l’autoproclamato presidente Al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, nelle città e nei villaggi della Siria del nord-est tutti sono scesi in strada seguendo un’unica parola d’ordine: difendere se stessi e la propria terra. Un appello che è stato accolto anche in altre aree del Kurdistan, dove migliaia di persone si sono ritrovate in strada e alla frontiera con la Siria per difendere anche a costo della vita «il sogno di pace e democrazia» del Rojava. «Le bande di Al Sharaa, guidate dalla Turchia e appoggiate da tutte le forze internazionali, si accaniscono soprattutto sulla rivoluzione delle donne – prosegue Zeryan – Non è una questione di accettare l’esistenza curda, ma piuttosto di non accettare l’esistenza curda rivoluzionaria: è un attacco ideologico».
«L’attacco in corso vorrebbe ridurre il confederalismo democratico a una questione etnica. Invece è una proposta di coesistenza pacifica tra i popoli – aggiunge Amara – Il confederalismo democratico, su cui tutta l’esperienza si basa, è l’unica ipotesi concreta per la pace in Siria e per mettere fine alle guerre volute dall’Occidente che da centinaia di anni affliggono il Medio Oriente». E continua: «Non è retorica. Ogni cultura, religione, lingua può essere libera di esprimersi nei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). La strada per una Siria democratica è tracciata, andrebbe solo seguita».
(il manifesto, 21 gennaio 2026)

