1 Ottobre 2013

Far finta di capirsi

(su ScalfariBergoglio e le vie del Signore)

di Luisa Muraro

 

Nelle belle maniere non pochi trovano l’esonero dal dire quello che pensano e come stanno le cose. Il problema è complicato, ma, in ogni caso, si tratta di un rischio che corre la nostra già scarsa possibilità di ascoltare qualcosa di vero. Le belle maniere non sono nemiche della schiettezza e neanche della verità, ma ci vuole una virtù speciale per la quale non esiste neanche il nome. Alcuni (fra i quali Angela Putino, ricordate?) l’hanno chiamata parresía, che è una parola antica.

Non abbiamo la parola perché non abbiamo la virtù. Ci ho pensato a proposito dei discorsi che si sono scambiati Scalfari di Repubblica e papa Bergoglio l’estate scorsa.

Io non so se sia cosa buona e opportuna che un papa si metta a recitare in un simile teatro rubando la scena ai cattolici laici, ma bisogna dire che il discutibile costume l’avevano inaugurato altri papi e che in questo caso l’iniziativa è venuta tutta da Scalfari.

Scalfari ha scritto a papa Francesco una anzi due lettere pubbliche. Si tratta, a dir poco, di testi carenti di verità soggettiva, con molti luoghi comuni, notizie raccolte per l’occasione, domande che solo l’italica indifferenza religiosa fa sembrare vere domande.

Il papa lascia passare del tempo e per finire risponde. Sta al gioco dell’altro cercando di fare il suo: dichiara apertamente che non seguirà l’impostazione (si fa per dire) di Scalfari, reimposta il tutto, sale sul pulpito che gli offre il quotidiano e fa una lezione di dottrina cristiana, a partire da sé e dalla sua esperienza religiosa. Notevole è l’enfasi che mette sull’autorità di Gesù di Nazareth, bilanciando tacitamente la tesi di Scalfari sul potere che avrebbe fatto la fortuna storica della Chiesa cattolica.

Qual è il punto critico della faccenda? Che qui s’incontrano atteggiamenti e argomenti molto distanti e non commisurati fra loro. Poteva uscirne uno scontro, invece no, appena qualche attrito. Dalla loro combinazione che è un inevitabile compromesso e un far finta di capirsi, deriva l’effetto politico dell’intera faccenda.

Domanda: è un effetto politico nel senso vero e quasi perduto della parola, per cui qualcosa cambia in meglio nella condizione comune? O si tratta di una sia pur nobile trovata pubblicitaria nello stile corrente che strumentalizza tutto e tutti, e fa guadagnare alcuni pochi?

Non discuto le intenzioni, m’interrogo sugli effetti. Non ho una risposta, ma ho un elemento che potrebbe servire. Ad alcune persone in buona fede lo scambio tra Scalfari e Bergoglio è apparso come il segnale che la separazione tra credenti/non credenti è finalmente finita. Che è, da un sacco di anni, la posizione personale e la ripetuta richiesta di molte femministe, me compresa. Al pensiero femminista corrisponde anche la posizione centrale assegnata da Bergoglio alla relazione, fino a dire che la verità stessa è relazione.

Posizioni non nuove per molte di noi, dunque, ma nuova ho sentito la gioia con cui queste coincidenze sono state percepite. E interpretate come segni che il pensiero delle donne sta avanzando per vie che non sappiamo. Come potremmo se, come dice il popolo, le vie del Signore sono infinite?

Tradotto in parole non popolari: la scena pubblica ha certe caratteristiche dello spazio transizionale (Winnicott), dove si gioca e si recita (in inglese e francese, è una sola parola: to play, jouer) tra realtà e finzione. La qualità degli attori e il senso stesso della recita dipendono, per una parte essenziale, dal pubblico: si può dire così? Ma noi vogliamo continuare a fare questa parte?

Qui finisce la prima puntata; seguirà Come fai a dire la verità, se sei un papa? a commento dell’intervista che papa Bergoglio ha dato alla rivista Civiltà Cattolica.

(Luisa Muraro)

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