14 Ottobre 2020
#VD3

Guardare avanti – Adriana Maestro


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020

di Adriana Maestro


Nell’articolo “Ripensare il lavoro” scritto per VD3, approfittando degli spazi di riflessione apertisi a partire dagli eventi tragici della pandemia da Covid 19, avevo sottolineato la necessità e l’opportunità di ripensare l’“economia”, il “lavoro”, il “valore”, alla luce delle priorità della vita. Il lockdown, con la decisione da parte di interi Paesi di fermare la maggior parte delle attività produttive mettendo al primo posto la tutela della salute, mi era sembrato un fatto di straordinaria importanza. Simbolicamente un balzo in avanti: l’affermazione dell’esperienza messa in parola dalle donne per cui la vita viene prima di tutto e determina lo sguardo su tutto. Questo penso sia il vero segno da cogliere e da coltivare. Ed è qui che secondo me si aprono grandi varchi per un ripensamento del presente e per un’apertura al nuovo.
Vorrei perciò ripartire da qui, dalla necessità di una rilettura dei termini “lavoro”, “produttivo”, “valore”, “economia”, “cura” per fare alcune considerazioni che avranno necessariamente il carattere della schematicità, ma che vogliono segnare una pista di riflessione.
Già si è detto di come il lockdown abbia rappresentato una risposta inaspettata alla contrapposizione ricattatoria, che sempre ritorna, tra lavoro e salute. Una risposta inedita a una questione antica: la scelta tra i posti di lavoro e la vita di uomini e donne e di interi territori.
Ma c’è di più. Se da un lato, infatti, moltissimi settori produttivi sono stati fermati durante il periodo del lockdown, tutta una serie di lavori indispensabili alla vita hanno invece continuato a dover essere garantiti, pur nel blocco totale. A parte i lavori sanitari e parasanitari, tutti quei lavori che vanno dall’approvvigionamento di generi alimentari e prodotti di prima necessità, ai trasporti, alla vendita di tali prodotti, alle pulizie, allo smaltimento dei rifiuti, all’insegnamento, all’accudimento di persone fragili e così via, per non parlare di tutte le attività di accudimento tra le pareti domestiche.
Di questo si è parlato molto in questi mesi, non senza sfumature retoriche, e non è quindi il caso di soffermarvisi qui ulteriormente. Quello su cui mi interessa invece riflettere è che, a parte il caso dei medici e di poche altre categorie, parliamo di lavori che nella stragrande maggioranza godono di  una scarsa, in molti casi scarsissima, considerazione sociale e che sono generalmente mal pagati. Sono quei lavori indispensabili alla vita, molto spesso svolti da donne ma non solo, che sono diventati improvvisamente visibili. In maniera speculare, la pandemia ci ha fatto vedere anche con estrema chiarezza, come sotto una lente di ingrandimento, tutta una serie di lavori senza senso e di nessuna utilità sociale, dei quali si potrebbe fare tranquillamente a meno –l’antropologo americano David Graeber li definisce “bullshit jobs” – spesso pagati benissimo e con una grande reputazione sociale.
Voler leggere tutto ciò senza retorica significa affrontare seriamente il tema del “lavoro”, del rapporto tra “lavoro produttivo” e “lavoro riproduttivo”; dei criteri del “valore” – sociale ed economico – dei lavori; in ultima istanza, significa affrontare il tema stesso dell’economia.


Il lavoro produttivo
Innanzitutto c’è da dire che l’idea che il lavoro debba avere come suo tratto concettuale qualificante il produrre cose – quindi la caratterizzazione del lavoro più che come attività in sé come attività finalizzata a produrre, a creare cose – non è affatto scontata. Questa concezione è in qualche modo l’equivalente fantasmatico maschile del partorire, ovvero di fare culturalmente  e mentalmente quello che le donne fanno naturalmente; e allo stesso tempo è l’illusione di agire come il Dio Creatore maschile che con la mera potenza della mente e delle parole ha creato l’intero universo. Così gli uomini si considerano creatori del mondo tramite le loro menti e la loro forza, e riconoscono in ciò l’essenza del “lavoro”, mentre lasciano alle donne la maggior parte dell’effettiva fatica di riordinare, conservare, manutenere le cose per rendere in tal modo possibile questa illusione (D. Graeber, Bullshit jobs, 2018). Ma quest’idea di lavoro, che è quella diffusa nella maggior parte dei Paesi oggi, ha dentro di sé anche un’altra matrice religiosa – derivante dalla punizione divina – che lo rende un atto obbligato e non piacevole di per se stesso. Un’idea del lavoro quindi caratterizzato: 1) dal non essere un’attività fine a se stessa per il puro piacere (come è invece il gioco), ma piuttosto una fatica, un sacrificio necessario; 2) dall’essere finalizzata a produrre cose (anche beni e servizi immateriali, il cosiddetto terziario e terziario avanzato). «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (rivolto uomini). «Moltiplicherò il tuo dolore e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli» (rivolto alle donne) – si legge nella Genesi, nel racconto della Caduta. Il lavoro è dunque la punizione inflitta all’uomo che non ha rispettato le prescrizioni divine (anche nel mito esiodeo di Prometeo la fatica inflitta agli uomini è la conseguenza della trasgressione di Prometeo ai dettami divini), ma anchequanto di più vicino all’atto generativo femminile, a produrre qualcosa dal nulla. E l’etica protestante del lavoro non fa che accentuare questo aspetto del lavoro come dovere e come redenzione al tempo stesso, anche a prescindere dalla ricchezza prodotta, vista come segno del favore divino.
Con lo sviluppo della manifattura, e poi della grande industria sul terreno del modo capitalistico di produzione, e con la divisione sessuale del lavoro, si accentua sempre di più la concezione secondo cui è lavoro quello che produce oggetti nello spazio fisico della manifattura, della fabbrica. Questo, accentuato dall’importanza crescente dei mercati nel processo produttivo stesso, ovvero dal fatto che i beni sono prima di tutto beni per il mercato e quindi il loro valore consiste prevalentemente nel loro essere merci. Il lavoro produttivo quindi è essenzialmente quello che produce merci.
Una volta operata l’equivalenza tra economico e produttivo – nel senso di prodotto del lavoro nelle manifatture – tutto il lavoro che sta fuori dalle manifatture, ma che rende possibile quello stesso lavoro, viene bandito, disconosciuto, e insieme a questo lavoro coloro che lo fanno, prevalentemente donne; viene considerato pre-economico o extra-economico. Lo stesso Marx – la cui analisi pure si concentra sui meccanismi di sfruttamento della forza lavoro operaia e sulle ore di lavoro non retribuito che sono il motore dell’accumulazione capitalistica – quel lavoro non pagato fuori della fabbrica non lo vede proprio e non lo considera nel processo di creazione di valore. Quel lavoro che è oggi, secondo i dati Oxfam (Oxfam briefing paper, 2020, Time to care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, in it. Avere cura di noi. Il lavoro di cura non retribuito o sottopagato e crisi globale della disuguaglianza), il motore del capitalismo. L’orizzonte dell’analisi di Marx rimane quello del lavoro salariato nello spazio fisico della manifattura e della grande industria.


Le teorie del valore
Le diverse concezioni del lavoro influenzano certamente anche le teorie del valore.
Dal valore-lavoro di Smith e Ricardo, secondo cui il valore di un bene è dato dal lavoro incorporato in esso, per cui il lavoro è valore e dà valore; allo spostamento con la teoria utilitaristica del valore – il valore-utilità appunto – sempre di più dal valore del processo di lavoro al valore del bene prodotto. Probabilmente questo slittamento è addebitabile proprio al difetto iniziale di riconoscere come lavoro solo il lavoro produttivo, ovvero quello che produce cose (naturalmente non necessariamente materiali). Qui è la radice della svalorizzazione della sfera della riproduzione, della cura della vita, dei lavori delle donne.Sempre di più assistiamo perciò a una migrazione del concetto di valore dal processo lavorativo (e quindi anche dai lavoratori/trici che sono gli attori di quel processo) ai beni prodotti, all’utilità delle merci per i consumatori. Utilità che è ben lungi da essere un valore d’uso bensì è una utilità dettata dalle propensioni dei consumatori che, in un sistema di mercato, sono comunque influenzati dalle volontà dei produttori e dei mercati stessi che orientano secondo i loro interessi.
Le due principali teorie economiche del valore, sostanzialmente antitetiche, la teoria del valore-lavoro, in cui la sostanza del valore è data dal lavoro incorporato nelle merci durante il processo produttivo; e la teoria del valore-utilità – che àncora invece il valore all’utilità del bene stesso, decretata dalle preferenze dei consumatori e quindi dei mercati – sono, in effetti, entrambe accomunate dal fatto che prendono in considerazione sempre il valore dei beni per il mercato e non per il loro valore d’uso. Se apparentemente, quindi, nel caso del valore-utilità il metro è l’utilità del bene, tale utilità, in un sistema di produzione e consumo capitalistico, è sempre limitata e influenzata dalle alternative offerte dai produttori. Pertanto, entrambe le teorie, anche se in modo diverso, rimandano al modo capitalistico di produzione e di riproduzione e alle differenze di potere economico e sociale degli attori in gioco. In entrambi i casi è il rapporto capitalistico a decidere tanto delle tecniche di produzione che delle preferenze dei consumatori all’interno di un processo di produzione e di riproduzione il cui fine non è il valore d’uso bensì il valore di scambio: il profitto. Dunque, il metro del valore di un bene, di un’attività – ed è questo che qui alla fine ci interessa – è la sua scambiabilità sul mercato non in una logica di utilità per la vita, ma in una logica di accrescimento della ricchezza(G. Lunghini, F. Ranchetti, Teorie del valore, Enciclopedia delle Scienze Sociali della Treccani, 1998).



Le politiche di welfare
Anche la filosofia ispiratrice della grande stagione del welfare novecentesco è figlia di una concezione del lavoro inteso sostanzialmente come lavoro produttivo. Frutto del patto tra capitale e lavoro salariato, il welfare state offre appunto tutele alla sfera della vita, della riproduzione – in termini di assistenza sanitaria, istruzione, protezione sociale, e via discorrendo – ma sempre in funzione dell’attività produttiva. In altre parole, tutela la riproduzione per garantire la produzione. A essere tutelati sono i cittadini e le cittadine in quanto lavoratori/rici. Di più: il loro essere lavoratori/rici dà loro a pieno titolo la cittadinanza. Di questa alleanza tra capitale e lavoro salariato si trova la traccia politica evidente, ad esempio, nella La Carta costituzionale italiana, promulgata nel 1947 ed espressione dello Stato sociale, che all’art. 1 recita appunto: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Viene da chiedersi oggi: «quale lavoro?».
Terreni di sperimentazione possibile
E alla luce di questi ragionamenti, si comprendono bene anche le ragioni di una resistenza in verità molto generalizzata rispetto a una misura come quella del reddito di base incondizionato. È una resistenza che si origina e si spiega proprio tenendo in conto la concezione del lavoro e della produttività come sopra intesi. La priorità di garantire livelli essenziali di esistenza e una vita degna per tutte/i non riesce perciò a superare – già solo in linea di principio, prima ancora che siano affrontate le questioni sulla fattibilità pratica – obiezioni legate a una scala di valori e priorità dettate dall’ordine simbolico patriarcale. Avviene così che non ci si scandalizza più di tanto per lo scollamento, che di fatto è già avvenuto, tra prestazione lavorativa e reddito nel caso per esempio delle speculazioni finanziarie che non hanno più alcuna aderenza con i processi di lavoro reali; mentre si è pronti a scandalizzarsi nel caso di misure, come il reddito universale, volte a garantire la dignità della vita per tutte/i. Ha perciò ragione Ina Praetorius quando afferma che non è possibile affrontare il ragionamento sul reddito di base incondizionato senza mettere in discussione questo ordine simbolico e questa idea del lavoro (I. Praetorius, Dreckarbeit – eine Spurensuche in Immer wieder Klartext, in corso di pubblicazione). E d’altra parte la discussione sul reddito di base incondizionato può rappresentare un luogo privilegiato da cui è possibile ripensare il lavoro e cosa debba intendersi per lavoro nel mondo post-patriarcale.
Ma non solo. Può aiutarci a svelare anche altri occultamenti divenuti scontati.
Quello del reddito di base incondizionato mi sembra in effetti un terreno di ragionamento particolarmente efficace e molto fecondo da sperimentare proprio perché si tratta di una questione palesemente di rottura rispetto all’ordine simbolico patriarcale – credo che ciò sia ormai sufficientemente chiaro per quanto detto finora – e che quindi svela in maniera inequivocabile il cambio di prospettiva necessario.
Non così la “cura” che è un concetto che si presta a più ambiguità e trappole e che, a una lettura superficiale, può non apparire così destrutturante. Per certi versi, la cura è anzi un concetto molto rassicurante. Mi spiego così la vasta circolazione della parola “cura” negli ultimi mesi, in vari appelli, manifesti, convegni e via dicendo. È una delle parole che ultimamente sta circolando di più. È chiaro che l’esperienza della pandemia ha avuto un ruolo determinante in questo, e non voglio sottovalutarne l’importanza. Mi desta però sospetto l’uso così diffuso e inoffensivo della parola, che rischia così di essere svuotata di senso. Se si dicesse, per esempio, quando si propone un reddito di base universale, che in realtà si sta mettendo in campo una misura ispirata all’economia come “cura” – perché è di questo che si tratta quando si mette al primo posto la vita, la tutela della vita e della qualità della vita per tutte/i –, sarebbe ancora così inoffensiva la parola “cura”? Credo di no.
Questo è solo un esempio per mostrare che, se si affronta il tema della cura rimanendo all’interno dell’ordine simbolico patriarcale, non si riesce a comprendere la forza scardinanteche questo sapere, questa esperienza porta con sé. Non si tratta perciò, come già più volte sottolineato, di monetizzare i lavori di cura, perché così facendo si rimane nella stessa logica di mercificazione della vita, rischiando di asservire anche la cura alle logiche del mercato – e gli esempi purtroppo sono tanti – mentre comunque poi i lavori di cura non retribuiti rimangono sulle spalle delle donne. Si tratta invece di rileggere completamente l’idea di lavoro, di economia, di valore, alla luce di un’idea di cura che rovescia le priorità acquisite e pone effettivamente la vita al centro, come priorità che determina lo sguardo su tutto il resto, superando la distinzione tra lavori produttivi e lavori riproduttivi. Si tratta di fare tesoro dell’esperienza millenaria, dei saperi e delle lotte che le donne hanno accumulato sul lavoro di riproduzione, conservando un cordone vitale con quelle pratiche e quell’esperienza, per evitare che la parola “cura” si svuoti e perda la sua presa sulla realtà. Come è stato giustamente detto in Libreria nell’incontro di redazione allargata di VD3 dello scorso 4 ottobre, “cura” è una parola delle donne.
E allora, nella libertà del post-patriarcato, tutto viene radicalmente ripensato. Il nuovo è già iniziato, ed eventi straordinari come la pandemia lo rendono improvvisamente visibile, praticabile, possibile; dobbiamo saperlo riconoscere e assumerci la responsabilità di un pezzo della costruzione comune. Incamminarsi nel mondo post-patriarcale può darci l’impressione di intraprendere percorsi temerari, ma solo perché i nostri piedi non li hanno ancora battuti. Ci fa lasciare lidi sicuri per avventurarci in mare aperto. Ma questa è l’unica condizione possibile per approdare a terre nuove.


(Via Dogana 3, www.libreriadelledonne.it, 13 ottobre 2020)

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