Via Dogana n.65, intitolata Lo spirito del momento (giugno 2003), è dedicata alla figura di Rachel Corrie e si apre con una sua lettera alla madre e in copertina un'opera di Louise Bourgeois: donna caduta - fallen woman
20 Maggio 2014
il manifesto

I genitori di Rachel Corrie: «È un obbligo sfidare Israele»

di Chiara Cruciati

 

La fami­glia Cor­rie non si arrende e con­ti­nua a chie­dere giu­sti­zia ad uno Stato che finora ha agito solo per garan­tirsi impu­nità. Il caso Rachel Cor­rie torna all’attenzione dell’opinione pub­blica israe­liana: oggi l’avvocato dei geni­tori Craig e Cindy, Hus­sein Abu Hus­sein, pre­sen­terà alla Corte Suprema l’appello con­tro la sen­tenza emessa dalla corte distret­tuale di Haifa nell’agosto 2012. Una sen­tenza choc che defi­niva l’uccisione di Rachel da parte di un bull­do­zer mili­tare israe­liano a Rafah, Sud di Gaza, «uno spia­ce­vole inci­dente». Nes­suna respon­sa­bi­lità per l’esercito di Tel Aviv, ma negli­genza dell’attivista sta­tu­ni­tense che, secondo i giu­dici, fu la sola «col­pe­vole» della sua stessa morte per­ché «qual­siasi per­sona di buon senso avrebbe lasciato l’area».

Rachel, 23 anni, fu uccisa il 16 marzo 2003 in piena Seconda Inti­fada — l’anno prima Israele aveva rioc­cu­pato Gaza e Cisgior­da­nia, Ope­ra­zione «Mura­glia di Difesa». Morì schiac­ciata da un Cater­pil­lar D9-R israe­liano men­tre faceva da scudo umano con atti­vi­sti dell’International Soli­da­rity Move­ment, per evi­tare la demo­li­zione di case pale­sti­nesi al con­fine con l’Egitto. Il pro­cesso per la sua morte si è aperto nel marzo 2010: 15 udienze con­clu­sesi due anni dopo con l’auto-assoluzione dello Stato. Nes­sun col­pe­vole, Rachel è morta «per sba­glio», sta­bilì il tri­bu­nale di Haifa.

«L’appello che pre­sen­tiamo si fonda sulle gravi carenze nel ver­detto della corte che ha igno­rato o malin­ter­pre­tato i fatti – spiega al mani­fe­sto Craig Cor­rie – Allo Stato sono stati con­cessi van­taggi pro­ce­du­rali, men­tre le prove e le testi­mo­nianze por­tate dalla parte civile non sono state tenute in con­si­de­ra­zione. Le dichia­ra­zioni rac­colte mostrano con chia­rezza man­canze nella catena di comando e le bugie dei sol­dati. Rachel era visi­bile al bull­do­zer, così come gli altri atti­vi­sti, tutti con la pet­to­rina aran­cione. Ma, nono­stante la pre­senza di civili, gli ordini di demo­li­zione non sono stati interrotti».

Quanto alle prove por­tate in tri­bu­nale, la par­zia­lità di quelle for­nite dall’esercito è palese: «Il con­te­nuto del ver­detto del 2012 è total­mente a favore dello Stato, nono­stante le chiare discre­panze nelle testi­mo­nianze – con­ti­nua Craig Cor­rie – Non esi­ste la prova che l’area fosse stata dichia­rata «zona mili­tare chiusa». Lo stesso capi­tano Rabia’a, respon­sa­bile dell’operazione, ha detto di non sapere se l’ordine fosse stato dato e che lui non era nella posi­zione di dichia­rare l’area zona mili­tare». «Altro ele­mento è il video girato dall’Idf durante l’operazione — aggiunge la madre di Rachel– dura otto minuti, la tele­ca­mera è fissa sul bull­do­zer e sugli attivisti.

Poi, poco prima dell’omicidio, cam­bia inqua­dra­tura e per 4–5 minuti riprende solo il traf­fico di Gaza. Nes­suno ha mai chie­sto all’operatore per­ché ha spo­stato la tele­ca­mera e cosa ha invece visto con i pro­pri occhi. Inol­tre, quel video è stato mostrato in bianco e nero, così da ren­dere meno visi­bile l’arancione delle pet­to­rine. Ecco, gran parte del nostro appello si fonda pro­prio sull’utilizzo par­ziale delle prove e sulle vio­la­zioni delle misure pre­vi­ste dal diritto inter­na­zio­nale: che si tratti di zona mili­tare o meno, di tempo di guerra o meno (la corte di Haifa basò l’assoluzione sul fatto che si trat­tava di zona e tempo di guerra, ndr) è vie­tato usare la forza con­tro civili inermi se non rap­pre­sen­tano alcuna minaccia.

È il caso di Rachel: disar­mata, in piedi di fronte a edi­fici distrutti, il suo corpo solo con­tro un bull­do­zer». Dif­fi­cile che la Corte Suprema risponda a breve all’appello dei Cor­rie che però non inten­dono demor­dere, forti del soste­gno di orga­niz­za­zioni e indi­vi­dui in tutto il mondo: «Sarà dif­fi­cile otte­nere qual­cosa — con­ti­nua Cindy — ma sen­tiamo l’obbligo di sfi­dare Israele, non solo nel nome di Rachel, ma per tutte le vit­time ano­nime di que­sta mac­china repres­siva. Israele tenta di disu­ma­niz­zarle, è un mes­sag­gio al mondo: abbiamo il potere di ucci­dere chi vogliamo e nes­suno può farci nulla, nes­suno può con­si­de­rarci responsabili».

«Cosa acca­drebbe se vin­ces­simo?». Craig sor­ride, poi guarda in basso. «Tante cose cam­bie­reb­bero. Sarebbe una vit­to­ria per gli atti­vi­sti, i pale­sti­nesi, i gior­na­li­sti, coloro che sono minac­ciati dall’impunità di cui gode Israele. La nostra vit­to­ria sarebbe la vit­to­ria di coloro che non hanno mai avuto giu­sti­zia. E un mes­sag­gio chiaro allo Stato israe­liano, dai suoi ver­tici ai sol­dati sul campo: chi viola il diritto inter­na­zio­nale, pagherà».

 

(il manifesto, 20 maggio 2014)

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