25 Marzo 2015
il manifesto

La restituzione del linguaggio

di  Alessandra Pigliaru


Bach­mann e Kafka sono solo due dei nomi che hanno segnato l’esperienza di Anita Raja come tra­dut­trice. Quando però dal 1984 comin­cia a tra­durre la mag­gior parte delle opere di Chri­sta Wolf, prende avvio qual­cosa di diverso e più pro­fondo. Una scom­messa intensa di resti­tu­zione, cura e ascolto del lin­guag­gio com­plesso e ine­gua­glia­bile di una delle voci più alte e signi­fi­ca­tive del Nove­cento europeo.

Tra­durre è un rap­porto tra due lin­gue che solo in seconda istanza – e non neces­sa­ria­mente — diventa una rela­zione di scam­bio tra due per­sone. Tra te e Chri­sta Wolf sono capi­tate entrambe le cose. Che cosa ha signi­fi­cato esserti misu­rata con lei?

Tra­durre, è sta­bi­lire una rela­zione che parte da un testo scritto e pro­duce un altro testo scritto. È un lavoro che mi piace molto per­ché per­mette di trac­ciare linee di col­le­ga­mento tra indi­vi­dua­lità, lin­gue e cul­ture distanti. In genere la tra­du­zione è il risul­tato dell’incontro di due sen­si­bi­lità, in cui una si mette al ser­vi­zio dell’altra suben­done l’autorità, la fasci­na­zione, ma spe­ri­men­tando anche un poten­zia­mento di sé. Que­sto è acca­duto con Chri­sta Wolf al mas­simo grado. Alla dispa­rità sem­pre un po’ ango­sciosa che carat­te­rizza l’atto di tra­durre – la lin­gua del tra­dut­tore è al ser­vi­zio di quella dell’autore e si sente quasi sem­pre insuf­fi­ciente — si è affian­cato un rap­porto fecondo, in cui sono stati messi in gioco sen­ti­menti impor­tanti: rico­no­sci­mento, rico­no­scenza, ammi­ra­zione, gra­ti­tu­dine. Il legame che ho sta­bi­lito con Wolf è per me un’esperienza unica e irripetibile.

Innan­zi­tutto c’era l’ammirazione per la potenza della scrit­tura, per la sua capa­cità di uti­liz­zare il tede­sco in una nar­ra­zione moderna e avvin­cente mesco­lando alto e basso, stile ele­vato e lin­gua del quo­ti­diano. A que­sto s’è aggiunta ovvia­mente la curio­sità per il con­te­sto in cui nasce­vano le sue opere: la Rdt, l’ambiente intel­let­tuale den­tro cui si muo­veva, la sua con­di­zione di autrice sem­pre in pre­ca­rio equi­li­brio tra dis­senso e conformità.…

Ho cono­sciuto Chri­sta Wolf nel 1984, cono­scenza che negli anni si è tra­sfor­mata in ami­ci­zia. Il puro e sem­plice lavoro sulla sua parola scritta si è arric­chito, è stato come pas­sare dai libri al corpo, alla voce, allo spa­zio dome­stico, allo spa­zio pub­blico. Ho avuto la pos­si­bi­lità di entrare nel suo labo­ra­to­rio, avvi­ci­narmi al suo ambiente, ai suoi affetti, ai luo­ghi del suo quo­ti­diano, all’esperienza che lei vol­geva in let­te­ra­tura. Ho potuto col­lo­carla nella sua casa di Ber­lino e in quella del Meclem­burgo, sfondo di tanti suoi libri, ho cono­sciuto insomma la sua ‘nor­ma­lità’. Tutti i suoi libri nascono dall’interno di que­sta nor­ma­lità. La sua scelta di rac­con­tare il ver­sante quo­ti­diano della grande sto­ria è stata anche la nega­zione dello ste­reo­tipo della genia­lità. Per me que­sto è stato molto istruttivo.

Il primo libro che ha tra­dotto è stato Kas­san­dra (1983 – Cas­san­dra, 1984) che, insieme a Voraus­se­tzun­geneinerErzä­hlung: Kas­san­dra (1983 — Pre­messeaCas­san­dra, 1983) apre alla figura della sacer­do­tessa di Apollo. Ci è pros­sima come donna che rac­conta la pro­pria mate­ria­lità quo­ti­diana insieme allo sta­tuto del «vedere» legato alla cono­scenza di sé. Oltre all’importanza della riscrit­tura c’è un punto poli­tico che cor­ri­sponde alla dif­fe­renza fem­mi­nile, cioè all’entrata in scena di una sog­get­ti­vità lon­tana dall’eroina socia­li­sta da let­te­ra­tura edi­fi­cante. Chri­sta T., Cas­san­dra, Medea ma anche Karo­line von Gün­der­rode e Bet­tina von Arnim, mostrano infatti la pro­pria par­zia­lità e ano­ma­lia e ne fanno una forza. «Esse» hai scritto «pos­sono impa­rare a sot­trarre la parola alle fer­ree neces­sità della sto­ria». In che modo?

Le figure fem­mi­nili che ha citato sono acco­mu­nate da un per­corso cono­sci­tivo che ho chia­mato «l’apprendistato al no», un per­corso di con­qui­sta di iden­tità che — in misura diversa — passa dalla subal­ter­nità al potere all’espressione di una voce auto­noma mani­fe­stan­dosi prima come sin­tomo di malat­tia e poi come sco­perta di una pro­pria, indi­pen­dente capa­cità di vedere. Un per­corso di libertà segnato dalla volontà di dire ‘io’, di defi­nirsi come sog­getto in oppo­si­zione a tutti i pos­si­bili ‘noi’ e a dispetto delle appar­te­nenze di san­gue, di clan, di partito.

La signi­fi­ca­zione della memo­ria è stata per Chri­sta Wolf un con­creto e labo­rioso corpo a corpo con la sto­ria. A que­sto pro­po­sito, in “Rede, daß ich dich sehe” (2012 — “Parla, così ti vediamo”) da lei appena tra­dotto, si legge il testo di un discorso ine­dito tenuto nel 2007 a Ber­lino intorno al ricordo e al «punto cieco», espres­sione che Wolf uti­lizza non sem­pre con un’accezione nega­tiva e che com­pa­rirà anche in “Stadt der Engel oder The Over­coat of Dr Freud” (2010 – “La città degli angeli”, 2011). In un pas­sag­gio del discorso ber­li­nese sostiene che «dai nostri punti cie­chi discen­dono diret­ta­mente i punti dolenti del nostro pianeta»…

Il punto cieco, cioè il punto della retina insen­si­bile alla luce nell’area di ingresso del nervo ottico, diventa per Wolf meta­fo­ri­ca­mente un mec­ca­ni­smo di difesa di fronte a verità o intui­zioni che, in dati momenti, sareb­bero intollerabili.

In que­sta acce­zione, i punti cie­chi sono i sim­boli del rimosso della nostra civiltà, ciò che ‘non vogliamo vedere’, che viene con­ti­nua­mente negato, can­cel­lato, tra­la­sciato, sot­ta­ciuto. Secondo Wolf ognuno ha i suoi punti cie­chi, ma quelli che si mani­fe­stano a livello sociale sono poten­zial­mente distrut­tivi. Ripren­dendo i temi affron­tati nelle Pre­messe a Cas­san­dra, Wolf per esem­pio indi­vi­dua nella nega­zione e rimo­zione della dif­fe­renza fem­mi­nile, il punto cieco all’origine della nostra cul­tura. Ma usa que­sta espres­sione anche come chiave di let­tura del recente pas­sato tede­sco. Le due Ger­ma­nie avreb­bero usato la loro divi­sione «anche per sot­trarsi al con­fronto col pro­prio pas­sato, per evi­tare di ela­bo­rare la pro­pria colpa e adde­bi­tarla agli altri, al prezzo che per cia­scuna delle due Ger­ma­nie l’altra parte diventò il punto cieco». E a pro­po­sito delle per­se­cu­zioni anti­se­mite, arriva a chie­dersi se gli ebrei tede­schi non aves­sero svi­lup­pato un ‘punto cieco’ rispetto alle poten­zia­lità omi­cide insite nella men­ta­lità tedesca.

In “Kin­d­hei­tsmu­ster” (1976 — “Trama d’infanzia”, 1992) si con­fi­gu­rano e inter­se­cano con magi­strale tec­nica piani tem­po­rali e lin­guaggi diversi. C’è la sto­ria imme­di­ca­bile degli anni del Terzo Reich, il rac­conto di una Ger­ma­nia dila­niata e rico­no­sciuta attra­verso la fan­ciul­lezza di Nelly Jor­dan dal 1932 al 1947; ma c’è anche la stessa vicenda bio­gra­fica di Chri­sta Wolf, le con­trad­di­zioni della Rdt e il suo ritorno nei luo­ghi in cui ha vis­suto per scru­tarne dici­bi­lità e omis­sioni. È in via di pub­bli­ca­zione la sua tra­du­zione di un ulte­riore rac­conto di Wolf legato pro­prio a “Trama d’infanzia”. Si inti­to­lerà “Epi­taf­fio per i vivi. La fuga”. Può anti­ci­pare qualcosa?

Si tratta di un breve rac­conto ine­dito del 1971, che fa parte del cor­pus dell’opera di Wolf custo­dita nell’Archivio dell’Accademia delle arti di Ber­lino e che con­tiene gran parte dei temi e dei motivi che l’autrice svi­lup­perà in Tramad’infanzia.

Epi­taf­fio per i vivi rac­conta la fuga di una fami­glia tede­sca nel gen­naio 1945 di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, men­tre è pros­sima la capi­to­la­zione della Ger­ma­nia nazi­sta. Ha al cen­tro una magni­fica figura di madre, e narra l’infanzia e l’adolescenza fuori dagli ste­reo­tipi con­so­la­tori o zuc­che­rosi. È un rac­conto let­te­ra­ria­mente per­fetto, scritto con la libertà e l’audacia dei testi nati di getto e rima­sti allo sta­dio della prima ste­sura. A dif­fe­renza dei testi suc­ces­sivi sull’argomento — più sor­ve­gliati e medi­tati – ha la ten­sione della scrit­tura che si affac­cia per la prima volta su un’esperienza dif­fi­cile da raccontare.

Leg­gere e rileg­gere i testi di Chri­sta Wolf cosa può offrire alla let­tura del presente?

Sicu­ra­mente la costante ricerca di senso, l’ostinata fedeltà a se stessi, alla scelta di restare nel luogo dove ci è dato vivere. E un’idea di futuro che comin­cia sem­pre da oggi, qui, senza riman­dare a un poi, a un altrove. E ancora la cer­tezza che ci sono valori non nego­zia­bili: l’idea di una società se non egua­li­ta­ria almeno attenta anche agli ultimi, la dif­fi­denza verso i feticci della società capi­ta­li­stica, l’importanza dell’utopia. Senza con­tare la riven­di­ca­zione della ‘buona poli­tica’, momento alto dell’esperienza.

Infine c’è in Wolf un’idea di let­te­ra­tura come opera di verità, che testi­moni con­tro l’esistente, inventi una vita diversa, ne tra­smetta la neces­sità, pre­fi­guri anche sti­li­sti­ca­mente il nuovo. E’ impor­tante, a que­sto pro­po­sito, la sua ricerca tec­nica. C’è nei suoi testi un modello di scrit­tura che mostra defi­ni­ti­va­mente l’ impos­si­bi­lità di nar­rare in modo lineare. La dif­fi­coltà di dire ‘io’ la spinge a spe­ri­men­tare una com­pre­senza di punti di vista, quella che lei ha defi­nito una «gram­ma­tica delle rela­zioni mul­ti­ple e simultanee».



(il manifesto, 25 marzo 2015)

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