30 Gennaio 2026

Dalle stanze alla città

di Donatella Franchi


Dalle Stanze alla città è il titolo dell’incontro tra Mili Romano e Donatella Franchi alla Libreria delle donne di Milano il 25 ottobre del 2025. L’occasione è stata la presentazione del libro di fotografia di Mili Romano Crossing… Attraversamenti Tracce Indizi (edizioni Carta Bianca, Faenza 2025) nel quale Mili Romano ritorna a una casa dell’infanzia accompagnandoci e facendocela attraversare con una serie di fotografie in pellicola analogica che si susseguono silenziose, senza alcuna parola che le accompagni. Alcuni brevi testi sono solo alla fine del libro: Uliana Zanetti, Dede Auregli, Gino Gianuizzi, Leonardo Regano, Piero Orlandi, Elena Pirazzoli, una lettera di Gianni Celati, un brevissimo testo dell’artista. Tutti testi che non vogliono interpretare e concludere ma attivare nuove aperture.


Ho conosciuto Mili Romano attraverso i suoi progetti di arte pubblica a Bologna, città in cui entrambe viviamo. Nelle varie manifestazioni che ha curato sin dalla fine degli anni ’90, in alcuni quartieri della città e dell’area metropolitana, erano coinvolti studenti dell’Accademia, artisti/e, abitanti. (*)

Lo scopo era quello di creare un dialogo con il pubblico e gli/le abitanti delle varie aree, invitandoli a un rapporto attivo e creativo con gli spazi cittadini, ad amarli e a prendersene cura.

Io ho sempre sentito la necessità di un rapporto vivo e creativo con la città, e quei progetti mi hanno riportato a quella cartografia dei sentimenti che per me era la Bologna degli anni Settanta, dove i percorsi erano tracciati dalle relazioni. Chi viveva a Bologna in quegli anni ne porta le tracce.

Nei progetti di arte pubblica di Mili ho ritrovato quel desiderio di vivere gli spazi della città attivando l’energia e la creatività delle relazioni, l’affettività oltre che un pensiero sempre vigile e, attraverso di esse, una trasformazione orientata verso una qualità diversa nei rapporti con gli spazi di attraversamento e di vita quotidiana.

In quegli anni ad alta temperatura creativa, si metteva in circolo un modo diverso di vivere l’arte e la figura dell’artista, si pensava che ogni individuo avesse diritto alla creazione, e questa convinzione era condivisa, naturalmente con delle differenze, dal movimento femminista a cui appartenevo e dall’ala creativa del movimento del ’77. Ci si sperimentava con la propria vita. Si aveva fiducia nel mondo.

È lì del resto che anche Mili Romano si è formata e quegli anni ritornano non solo nei suoi metodi e poetiche ma anche in alcuni dei suoi lavori artistici: Il rumore del tempo. Bologna settembre 1977 (https://documentando.org/en/film/il-rumore-del-tempo-bologna-settembre-1977/) ha proposto nel 2007, a trent’anni dallo storico convegno internazionale contro la repressione che si svolse a Bologna, un originale montaggio video di materiali dimenticati e ritrovati nella cantina dell’Harpo’s Bazar, prima etichetta discografica scaturita proprio da quell’anno e da quei movimenti di piazza. E anche quel video, proiettato a distanza di tre decenni in contemporanea in musei, gallerie d’arte e centri culturali e sociali di tutta Italia, divenne per una settimana e poi per un intero anno, non solo memoria ma un elemento dinamico di relazione e motore di azione e riflessioni su sempre nuove repressioni.

Nei progetti di arte pubblica relazionale e partecipativa di Mili ho incontrato un modo di fare arte che sento profondamente affine e che avevo trovato in tante artiste, a partire dagli anni Settanta: una pratica artistica dove sono indispensabili le relazioni, fatta di ascolto e di cura, che diventa un modo di agire nel mondo, una pratica di trasformazione di sé e degli altri che innesca dei processi vitali e degli spostamenti.

In un articolo pubblicato su “Via Dogana” on line nel 2024 Milidice che «la public art delle nostre pratiche altro non è che un tentativo di mappatura emotiva e affettiva degli spazi pubblici e di un territorio che, proprio in virtù dell’emersione di questa affettività riesce a trasformarsi in “paesaggio” caldo e umano».

Penso che queste parole siano le più adatte a farci entrare nelle sue stanze, nella dimensione intima del paesaggio interiore che incontriamo in CrossingAttraversamenti Tracce Indizi. È una vera e propria mappatura emotiva e affettiva, un attraversamento di paesaggi sentimentali. Immagino Mili come una nuova Madeleine de Scudéry che qui traccia la sua cartografia dei sentimenti.

Parlando della genesi del libro Mili dice che «nel costruire questo libro, ogni immagine, fonte di luce, è stata per me un’apparizione e dell’apparizione vuole rendere l’unicità…».

Ogni immagine diventa una centralina di emozioni. Ci comunica la vitalità della memoria.

È lo spazio intimo di una casa dell’infanzia. Siamo guidati dallo sguardo affettuoso e commosso dell’autrice sugli oggetti e gli spazi di una quotidianità trascorsa che li fa rivivere e ridà loro voce, li fa diventare racconto. Oggetti e spazi riemergono come nella rêverie di un dormiveglia e diventano presenze: immagini sgranate avvolte in un pulviscolo dai colori caldi.

È come se ogni fotografia fosse una tappa nel percorso nella memoria, una scansione, che inizia e finisce con due orologi a pendolo. A dire il vero voltando l’ultima pagina si incontra una finestra le cui tende, e il vetro incrostato dalla polvere, lasciano intravedere un po’ di azzurro.

Queste fotografie sono generatrici di ricordi e di emozioni. Non rappresentano emozioni, ma le fanno emergere in chi sfoglia il libro. La parola emozione contiene l’idea del movimento.

Mili non dice niente riguardo questa casa, tranne che è un paesaggio della sua memoria, non aggiunge niente di autobiografico, lascia che le immagini parlino da sole perché muovano i nostri affetti, perché ci commuovano. Il testo agisce come luogo di incontro, dove le immagini accendono il nostro sentire. Le immagini agiscono come esche emozionali per fare affiorare dentro di noi i nostri paesaggi interiori. Creano risonanze e rispecchiamenti. Diventano tramite di esperienze.

Parte integrante del libro, dopo l’attraversamento muto delle stanze, è il coro di voci degli amici e amiche che parlano del loro incontro con le fotografie, e che lo rendono un lavoro di arte relazionale, testimonianza di una memoria personale che nello stesso tempo è collettiva.

Mi aggiungo alle voci di amiche e amici che Mili ha invitato a una sorta di conversazione attorno al libro. Anche in me c’è un affioramento di immagini dell’infanzia, di particolari di oggetti carichi di affetti e di sensazioni: una grande poltrona dal cui schienale mi tuffavo, le gambe del tavolo a forma di zampa della sala da pranzo in stile Chippendale, il grande cassettone nella stanza di mia madre che io guardavo dal basso e mi sembrava altissimo, la toilette con i tre specchi, su cui sono appoggiati la spazzola e lo specchio dal dorso d’argento, le vecchie pentole e i coperchi della cucina. Oggi la casa della mia infanzia e adolescenza è abitata da parenti che l’hanno completamente ristrutturata, ma sono sempre quelle antiche immagini che riaffiorano nei miei sogni. L’infanzia come riserva creativa che ci accompagna per tutta la vita.

Questo libro fa riflettere anche su come un lavoro artistico, pur con una tecnica tradizionale, un libro e delle fotografie, agisca come luogo di incontro, come spazio attivatore di relazioni, dove l’attenzione viene spostata dall’oggetto a chi percepisce. Le opere diventano tramite di esperienze in cui ci si può riconoscere. Esse non rappresentano i sentimenti e le sensazioni che possiamo provare, ma li fanno emergere (co-emergere), suscitano risonanze, «immagini gonfie di sentimento» (Gino Gianuizzi), diventano una co-creazione.

Oggi le pratiche artistiche diventano sempre di più pratiche sociali relazionali, capaci di modificare il quotidiano, di stare dentro la vita con intensità.

Proprio in un incontro organizzato anni fa da Mili all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ho avuto un esempio di questa modalità nel fare arte assistendo all’intervento dell’artista olandese Jeanne Van Heeswijk, che chiamava “civic action” la sua pratica artistica, una modalità espressiva che agisce come catalizzatore per suscitare la creatività degli altri.

E anche Mili, nei vari quaderni che negli anni hanno accompagnato Cuore di pietra, enel suo testoCon la città che cambia, del 2014, parla dell’intenso lavoro di cura, di costante tessitura di relazioni (p. 46) (p.43) nei suoi progetti di arte pubblica. «L’arte nella sua declinazione più attenta al sociale può essere un argine e una risposta ai fenomeni metropolitani sempre più diffusi, come l’individualismo, il degrado e il vandalismo.»

L’arte diventa così una pratica continua di resistenza, aperta e in perenne divenire, capace dunque di accompagnare le città nel loro continuo cambiamento.

(*) Un intervento di Mili Romano sul work in progress di arte partecipativa durato dal 2005 al 2020, “Cuore di Pietra”, si trova nel libro Architetture del desiderio, che contiene le riflessioni scaturite da un incontro organizzato, alla Libreria delle donne di Milano nel 2008, dal Politecnico di Milano e dalla rete delle Città vicine che si chiamava “Microarchitetture del quotidiano, sapere femminile e cura della città”. Il testo è stato pubblicato nel 2011 a cura di Bianca Bottero, Anna di Salvo e Ida Farè.


(www.libreriadelledonne.it, 30 gennaio 2026)

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