18 Gennaio 2015
www.27esimaora.corriere.it

La figura femminile al centro dello scontro tra Occidente e islam

di Lorenzo Cremonesi

 

Nota di redazione: L’articolo dice alcune cose giustissime, altre poco chiare, altre discutibili. Noi abbiamo il sospetto che questi difetti non siano imputabili all’intervistata.

 

La donna è sempre stata un simbolo fondamentale per l’identità comunitaria

(Nadje Al-Ali, direttrice del Centro per gli Studi di Genere alla Soas-Scholl of Oriental and African Studies- di Londra)

 

«La figura della donna sta al centro dello scontro tra Occidente e Islam. Ma lo scontro è anche e soprattutto all’interno del mondo mediorientale, dove i regimi arabi totalitari sono combattuti frontalmente dai nuovi movimenti dell’islamismo radicale come Isis». Nadje Al-Ali da anni studia le questioni legate al genere e alla sessualità, specie nel contesto del crescente contrasto tra Paesi occidentali e mondo arabo. Nata nel 1966 da padre iracheno e madre tedesca, si è occupata in particolare di movimenti di liberazione femminile in Egitto e Iraq. Oggi a Londra dirige il Centro per gli Studi di Genere alla Soas (School of Oriental and African Studies). Le abbiamo parlato al convegno sulle Rivolte Arabe concluso ieri all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

 

Persecuzione delle donne yazide ridotte a schiave sessuali; violenze di ogni genere contro le altre donne in Iraq, Siria, Libia; caccia alle donne da stuprare per le strade egiziane; polemiche sul velo in Europa e via dicendo: come spiega la centralità della figura femminile nelle tematiche sollevate dalle cosiddette Primavere Arabe degli ultimi anni?

 

«I nuovi studi di genere e le dinamiche donna-uomo, ma anche sulle persecuzioni nei confronti degli omosessuali, aiutano a dare una risposta. Costituiscono strumenti centrali per la comprensione del Medio Oriente attuale. E la prima osservazione che mi viene in mente è che storicamente la donna è sempre stata un simbolo fondamentale per l’identità comunitaria, per il semplice fatto che biologicamente è dal suo corpo che nascono i bambini, le nuove generazioni. Non a caso i movimenti nazionalisti raffigurano la patria come una donna, con l’uomo chiamato a difenderla. Quanto al caso clamoroso delle yazide va ricordato che qualche cosa di simile accadde in Bosnia due decenni fa. Anche se va aggiunto che però Isis ha voluto legittimare ideologicamente queste violenze, davvero un fatto unico».

 

Anche per Isis o Al Qaeda la nazione è donna?

«Anche per loro. Il paradosso delle rivoluzioni arabe e la richiesta di democrazia negli ultimi anni è che hanno detronizzato le vecchie dittature laiche, i regimi che comunque promuovevano a modo loro una certa emancipazione della donna. Si vedano Nasser in Egitto, i movimenti femminili dell’Olp, quelli in Tunisia e Algeria, il partito baathista in Iraq e Siria. La ricerca della democrazia in un primo tempo sembrava dare alle donne nuove opportunità. Ma in seguito sono cresciuti i movimenti conservatori islamici e oggi sono proprio loro a chiedere la segregazione della donna in nome della tradizione religiosa. Solo in Tunisia il 20 per cento delle donne votate tra i deputati in parlamento riescono ad avere qualche peso. Ma in Egitto, in Libia o in Siria sono quasi invisibili».

 

Da qui lo scontro anche culturale con l’Europa laica?

«Ci vedo tanta ipocrisia da parte dell’Occidente. Ricorda un vecchio detto coloniale per cui i bianchi andavano a salvare le donne nere dagli uomini neri. Era vuoto paternalismo. In realtà ai vecchi “salvatori” non interessava per nulla che le loro donne bianche a casa non avessero neppure il diritto di voto! Oggi in Afghanistan continuiamo a dire che vogliamo salvare le afghane dai loro uomini, in verità ci interessa altro».

 

Ma gli Stati Uniti hanno fatto bene a intervenire militarmente contro l’Isis?

«Io sono contro la guerra. Mi ero schierata nelle manifestazioni contro l’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Però rifuggo i dogmi. Oggi non sono così critica. Vedo le donne curde che lottano a Kobane. So che sono difese dai raid Usa e non li condanno».

 

Come spiega i giovani musulmani europei che partono volontari per raggiungere Isis in Siria?

«Si sentono sotto attacco. È in atto una guerra culturale. Le polemiche sul velo hanno gettato acqua sul fuoco. Le fotografie delle soldatesse americane che perseguitavano i prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib undici anni fa hanno creato l’immagine delle donne occidentali aggressive. E non sono per nulla ottimista, gli ultimi attentati di Parigi fomenteranno ulteriore islamofobia. Però non va dimenticato che i maggiori nemici agli occhi degli estremisti islamici sono i regimi arabi autoritari nazionalisti».

 

(www.27esimaora.corriere.it, 18 gennaio 2015)

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