22 Febbraio 2026
Corriere della Sera

La fotografa che visse tre stagioni

di Arturo Carlo Quintavalle


II reportage, il femminismo, il design: in un libro gli scatti di Jacqueline Vodoz


Tre sono i tempi di Jacqueline Vodoz (1921-2005), fotografa importante e ancora troppo poco conosciuta, tre i tempi di una storia complessa che vale la pena di restituire, come fa il volume Jacqueline Vodoz La fotografia parlata a cura di Manuela Cirino (Electa). Jacqueline Vodoz, nata a Milano nel 1921, figlia di un imprenditore svizzero e di madre di origine inglese, vive fra la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra; torna a Milano nel 1942 in pieno conflitto e vive sfollata a Gardone (Brescia) fino al 1945 per poi tornare a Milano. Tre culture: attività di interprete e traduttrice fino al 1953 quando inizia a fotografare usando la Rollei. Fotograferà fino al 1958 quando inizierà una strada diversa, quella del movimento femminista.

Gli inizi come reporter sono fortunati, riprende a Vevey, in Svizzera, Charlie Chaplin che ha abbandonato gli Stati Uniti e il servizio viene pubblicato da «Tempo», da «Il Corriere lombardo» e da «l’Unità». Da questo momento e per alcuni anni Vodoz propone un nuovo modello di racconto: non i disastri, non i conflitti, non la cronaca nera ma uno sguardo rivolto alla gente. Qualche esempio: su «La Notte» nel 1953 esce il servizio Giochi per le strade, sono i ragazzi che si appropriano di un luogo e lo rendono vivo; Vodoz è testimone dedita, attenta: riprende il giocare, il correre, il ridere, senza dialogare coi giovani, nessuno di loro guarda in macchina, lei testimonia i gesti, le espressioni.

Un altro importante racconto, che sarà proposto poi da altri fotografi, ha per titolo Milanesi per otto ore, uscito su «La Notte» nel 1954, è dedicato a chi arriva ogni giorno a Milano per lavorare, a chi scende dai treni o pedala dalle periferie per recarsi in fabbrica; Vodoz sceglie il viaggio, il momento del dialogo prima del lavoro. La scoperta di un tempo marginale, ma vero, torna in Intervallo di due ore, ripreso nel 1954 e pubblicato su «La Notte» nel 1955 dove vedi l’amicizia, la confidenza fra donne, la liberazione dei corpi nel verde di un parco. Impressiona l’intensità del servizio Lavori a domicilio, dove lo spazio di casa è disegnato dalla luce della finestra come in un dipinto di Vermeer, luce che ritaglia le donne intente a riparare ombrelli, a saldare, a ricamare. Mondine è un servizio nelle risaie di Rosate (Milano) nel 1954 e pubblicato su «Die Woche» nel 1955 e su «Images du monde» nel 1956; ancora una volta lo sguardo di Vodoz è diverso: non ha mai visto il film di Giuseppe De Santis Riso amaro (1949) e infatti il suo racconto è nuovo; Vodoz vive fra le mondine, le riprende negli intervalli del lavoro, ne propone il gioco, la confidenza: sono giovani donne che scherzano, ridono, mangiano o si riposano insieme.

Vodoz è anche una raffinata ritrattista e negli spazi del bar Giamaica di Milano riprende tutti gli artisti, da Mauro Reggiani a Gianfranco Fasce, da Giulio Turcato a Pietro Cascella, da Ennio Morlotti a Leoncillo, ma anche Ugo Mulas a cui presterà la prima macchina fotografica. E gli artisti, alcuni, li riprende anche in studio, come Lucio Fontana o Agenore Fabbri. Tutte queste foto sono di lunga durata, persone viste e meditate, documentano un’espressione, un pensiero. E di questo Vodoz è consapevole, e lo dice lei stessa quando, fra le attrici, coglie la tristezza nel volto di Anna Magnani (Milano, 1954).

Lo sguardo di Vodoz sulla politica, in tempi di forte contrapposizione ideologica, è ancora una volta alternativo: del comizio di Togliatti del 6 maggio 1956 a Milano riprende la base del palco dove un bambino gioca con un aeroplanino di carta. Scrive Uliano Lucas: «Fare la fotografa in quegli anni, farlo stabilmente all’interno del sistema dell’informazione era per una donna praticamente impossibile. Quella del fotoreporter era una professione prettamente maschile».

Il secondo tempo di Vodoz è segnato dall’amicizia con Carla Lonzi e la partecipazione a Rivolta femminile, movimento ma anche casa editrice, rivolta contro ogni forma di prevaricazione maschile; sono gli anni dal 1974 al 1978 che vogliono dire impegno e insieme condivisione di progetti, stesura di testi, scoperta di una nuova forma di politica. Di questo tempo restano i ritratti del gruppo dirigente del movimento, segno di vita condivisa, fuori da ogni schema istituzionalizzato di ripresa delle immagini.

Il terzo tempo di Vodoz fotografa è ancora una volta innovativo. Lavora con il marito Bruno Danese nella galleria a Milano e inventa un nuovo racconto fotografico: gli oggetti di design, sopra tutto quelli di Bruno Munari e di Enzo Mari, diventano protagonisti nello spazio. Sono queste foto che contribuiscono a creare, negli anni dai Cinquanta ai Settanta, la rivoluzione del design, e quindi degli spazi di casa. Ecco, se si potesse azzardare una definizione del lavoro di Vodoz si potrebbe dire che essa, fin dai servizi degli anni Cinquanta, scopre un racconto che la vede partecipe, testimone della vita delle persone ritratte, un racconto che si ritrova nelle poche foto del gruppo Rivolta femminile. La stessa tensione caratterizza le splendide foto degli oggetti di design che ridisegnano lo spazio di casa, forme parlanti, meditazioni sottili, magari ironiche, come Lampada Falkland (1964) di Bruno Munari, o Una proposta per la lavorazione a mano della ceramica di Enzo Mari (1973). Anche queste ultime immagini di design sono pensate come rivoluzionario reportage sugli spazi di un vivere possibile, partecipi cronache del nuovo fotografare Milano.


(Corriere della Sera – La Lettura, 22 febbraio 2026)

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