26 Luglio 2019
Per amore del mondo | Diotima

Mettere a fuoco. Visitando la Biennale d’arte di Venezia 2019

di Donatella Franchi


La grande novità della Biennale d’arte di quest’anno May you live in interesting times è la presenza di molte artiste, che per la prima volta nella storia delle grandi rassegne internazionali, superano il numero degli artisti.[1]

Per la mia generazione, che ha lottato perché il pensiero e l’energia creativa delle donne trovassero spazio e ascolto in un mondo dominato dal pensiero e le pratiche, e dallo sguardo maschile, dove le grandi mostre e i musei accoglievano quasi solo opere di uomini, questa è senz’altro una novità di cui gioire e su cui riflettere. Non tanto perché le donne siano state finalmente ammesse in gran numero nel Sancta Sanctorum di questa importante rassegna internazionale, ma perché il loro pensiero e la loro visione sono necessarie per comprendere il presente.

Ricordo la Biennale del 2005, quattordici anni fa, dunque. Era curata da Rosa Martínez e María de Corral. La ricordo bene perché per la prima volta ho incontrato in quella sede delle artiste, che facevano arte assumendo la loro esperienza femminile come punto di forza, rivelando così una capacità di invenzione simbolica sovvertitrice e trasformatrice: Barbara Kruger e Jenny Holzer con il loro lavoro sul linguaggio, la giovane Regina José Galindo, con le sue intensissime performance di body art, Louise Bourgeois che, pur non identificandosi con il femminismo, era stata fortemente valorizzata dal movimento delle donne, e poi Ghada Amer, Mona Hatoum, Emily Jacir, Kimsooja.

All’entrata delle corderie dell’Arsenale campeggiava uno dei famosi grandi manifesti delle Guerrilla Girls, le artiste attiviste americane che, proclamandosi “coscienza del mondo dell’arte” dagli anni ottanta denunciavano l’assenza delle donne nelle grandi collezioni e musei d’arte. Intervenivano con azioni tipo flash mob nascoste da una maschera da gorilla, giocando sull’assonanza nella pronuncia inglese, delle parole “guerrilla” e “gorilla”. Il manifesto mostrava la grande odalisca del pittore neoclassico Ingres, distesa voluttuosamente di schiena, con il volto nascosto dalla maschera da gorilla, sotto la scritta che campeggiava a lettere cubitali: “Do women have to be naked to get into the Met. Museum?” “Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum di New York?” Il primo lavoro a darci il benvenuto all’interno dell’Arsenale era “La sposa”, dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, un’opera dalla sovversività irridente, un grandissimo lampadario bianco e luccicante, composto da migliaia di assorbenti interni, che a prima vista sembravano piccole candele.

La presenza delle artiste in quella Biennale era dirompente, ricchissima di invenzione, di poesia, e ironia. La loro arte faceva pensare, era azione trasformatrice.

Questa del 2019 è una Biennale che si ricorda invece con una prevalenza di toni cupi, o in bianco e nero. É una rappresentazione del dolore del mondo: squilibri economici, disastri ambientali, migrazioni forzate, perdita, danni provocati dal colonialismo, violenza, guerre, popolazioni dall’esistenza infragilita, come gli Inuit.

È un mondo in crisi in cui le donne parlano coraggiosamente, partendo dalla propria esperienza, dalle differenze dei corpi che siamo, dall’ascolto e messa a fuoco di voci e corpi che storicamente erano stati tacitati e violentati dal potere.

È un mondo che richiede posizioni radicali, come quella di Chiara Fumai (1978-2017), a cui viene dedicata una retrospettiva al padiglione Italia dell’Arsenale[2]. La prima video performance che ho visto di Chiara Fumai era su Valerie Solanas e la sua critica estrema al potere dell’artista maschio nel suo testo SCUM. Questa artista, morta due anni fa, a soli 39 anni, è una femminista che si identifica con figure di donne radicali, come Carla Lonzi, Rosa Luxemburg, perfino Ulrike Meinhof, e altre meno conosciute, di cui evoca le voci in performance di grande intensità.

L’artista cilena Voluspa Jarpa, nella sua grandiosa opera di riflessione sul colonialismo, dove coinvolge 120 persone, in maggioranza donne, spiega in parte, in una intervista, le motivazioni della presenza di tante artiste a questa Biennale: “Sono capaci di mettersi al posto dell’altro, hanno una relazione non puramente intellettuale e di potere, ma anche affettiva”. Dice anche che in Cile, si sta vivendo “un momento interessante, femminista, che viene dalle giovani studentesse, che vogliono formare un altro tipo di società”.

Le artiste e gli artisti di questa Biennale ci comunicano che la pratica artistica non è tanto una manifestazione di eccezionali abilità artigianali, è soprattutto stimolare pensiero, è tramite di esperienze, è mettere a fuoco delle parti di realtà per poter riflettere insieme, per renderci più consapevoli e responsabili di quello che sta avvenendo intorno a noi. Il mondo è una responsabilità da prendere, bisogna averne cura.

L’artista svizzero Christoph Büchel (Basilea 1966) ha chiesto di portare dal porto di Augusta, in Sicilia, all’Arsenale di Venezia, sulla sponda vicino all’acqua, il relitto del peschereccio libico che affondando al largo di Lampedusa nel 2015, ha trascinato con sé più di 700 persone, chiuse nelle stive e nella sala macchine. La marina militare italiana ha recuperato il peschereccio per identificare i corpi e avvisare le famiglie. Il relitto, che l’artista ha chiamato Barca nostra, squarciato e consumato dal mare, ci crea un contraccolpo: lì si è consumato un genocidio, non si può dimenticare.[3] Mi è venuta in mente l’emozione che mi ha suscitato la visione del relitto dell’aereo di Ustica, a Bologna, e la discrezione e delicatezza con cui Christian Boltansky gli ha creato intorno un’installazione che con grande affetto rievoca le persone che sono morte in quel disastro, un atto di guerra in tempi di pace. Una delle differenze tra Barca nostra e l’operazione di Boltansky è che qui, all’Arsenale, si può passare davanti al relitto impreparati, senza rendersi conto di che cosa rappresenta.

Teresa Margolles (Città del Messico 1963), ci esorta a tenere vive le coscienze e a non dimenticare i femminicidi nel mondo con Muro Ciudad Juárez (2010), presente ai Giardini. Ha fatto trasportare a Venezia il muro di cemento da questa città di confine, crivellato di colpi di pallottole e sormontato da filo spinato. L’artista mette a fuoco le tracce della violenza dei narcotrafficanti, che continua a perpetrarsi soprattutto nei confronti delle donne.

La Búsqueda (La ricerca, 2014) è un’altra opera di Teresa Margolles all’Arsenale. L’artista ha registrato il rumore del treno che, attraversando Ciudad Juárez, fa vibrare i vetri recuperati in quella città, e che lei ha ricoperto di manifesti e ritagli di giornale con i volti di giovani donne scomparse.

Sono opere reperti che vogliono creare scatti di coscienza, di consapevolezza.

Shilpa Gupta (Mumbai India, 1976) riflette sul concetto di confine e sul potere. For, in your tongue, I cannot fit (Perché non posso adattarmi alla tua lingua) è un’installazione sonora di grande potenza. All’inizio sembra di trovarsi di fronte ad una moltitudine di leggii che sorreggono dei fogli bianchi con delle parole stampate. In realtà sono fogli con poesie trafitte da barre di ferro e sormontate da cento microfoni da cui escono voci che leggono i versi di 100 poeti incarcerati e censurati per le loro posizioni politiche. Sono poesie, in arabo, azero, hindi, inglese e russo dal VII secolo ad oggi.

Ai Giardini si trova un’altra sua opera, di grande impatto, Untitled, sulla sicurezza, il confine, l’isolamento: un cancello meccanico residenziale che sbatte con aggressività contro un muro, distruggendolo lentamente.

Rula Halawani (Palestina, 1964) è una fotografa che vive a Gerusalemme. Lavora sulla perdita. Espone una serie di grandi fotografie in bianco e nero, For my father, alla ricerca delle tracce della Palestina perduta della sua infanzia.

Molte opere di artiste si concentrano sul modo di vivere il proprio corpo e sullo sguardo.

Una presenza molto forte ai Giardini e all’Arsenale è quella di Zanele Muholi (1972, Durban, Sud Africa), nera, lesbica, si occupa di tematiche queer, è una delle fondatrici del Forum for empowerment of women. Vuole essere definita un’“attivista visiva”. Somnyama Ngonyama, Hail the dark lioness (Salutate la leonessa scura, 2012 in corso) è una serie di 365 autoritratti che immortalano un anno di vita di una donna lesbica, nera, in Sudafrica. Volti di donna che ci guardano negli occhi con fierezza e aria di sfida.

È molto interessante paragonare questi autoritratti ai ritratti di donne africane travestite da borghesi europee della fotografa Felicia Abban (1943), nel padiglione del Ghana. Questa artista che negli anni ’60-70 lavora sui travestimenti, mi ha fatto venire in mente il lavoro sui travestimenti e i ruoli femminili di Marcella Campagnano, che, fino alla fine di maggio di quest’anno, era presente nella bellissima mostra Il soggetto imprevisto,1978 Arte e femminismo in Italia.[4]

Mari Katayama (Giappone 1987), colpita da una grave malattia genetica, ha le gambe e una mano gravemente mutilate, lavora con la stoffa realizzando sculture morbide che riproducono il suo corpo, come protesi fantasiose.

Voluspa Jarpa (Cile 1971), con Altered views (Sguardi mutati) crea un’opera complessa, multimediale, che comprende anche un’opera musicale Opera de Emancipación, dove propone forme di decolonizzazione culturale con una revisione della storia europea. In 15 anni di lavoro ricerca negli archivi di agenzie di intelligence (ha studiato anche la guerra fredda, Gladio, l’attentato a Bologna, il rapimento di Aldo Moro). Capovolge il punto di vista con cui è stata scritta la storia del colonialismo. Non indaga soltanto l’egemonia coloniale europea, ma mette in discussione l’adattamento al pensiero dominante delle colonie, che così dimenticano le loro origini culturali. Studia il pensiero eurocentrico attraverso le relazioni uomo-donna, di classe e di razza. È un lavoro molto impegnativo anche per il coinvolgimento che richiede a chi visita questo padiglione all’Arsenale.

Anche la polacca Marysia Lewandowska (1955), che vive a Londra, ha lavorato sugli archivi, quelli della Biennale di Venezia e del Victoria and Albert Museum di Londra: It’s about time (Era ora). Dà valore alle voci inascoltate delle donne che hanno collaborato alla fondazione della Biennale d’arte di Venezia alla fine dell’800. Riconosce l’importanza di Felicita Bevilacqua La Masa (1822-1899) e la sua posizione critica riguardo la creazione della mostra internazionale nel 1895. “Se comprendiamo la funzione degli archivi come siti di contestazione, dobbiamo accettare la sfida che rappresentano per la versione riconosciuta della nostra storia condivisa”, lei dice. Leggendo gli archivi della biennale non trova le voci delle donne. Vuole ricrearle e immagina una conversazione tra di loro chiedendo la collaborazione di femministe italiane.

Christine e Margaret Wertheim (1958, gemelle australiane, vivono a Los Angeles). Espongono esempi di un lavoro collettivo grandioso, a cui partecipano oltre10.000 persone. We are all corals now mette a fuoco la lenta distruzione delle barriere coralline che stanno morendo per l’innalzamento della temperatura dell’acqua e per i rifiuti di plastica. Sono creazioni all’uncinetto. Il lavoro all’uncinetto, che le artiste hanno imparato dalla madre, viene valorizzato come un lavoro artistico molto complesso, capace di riprodurre l’intelligenza della matematica non euclidea, quella dei frattali. È anche una meditazione sul tempo e gli ecosistemi. Le ore interminabili di lavoro richieste rimandano ai secoli di lenta crescita dei coralli. È una meditazione sull’arte, la scienza e la collettività, nell’epoca del riscaldamento globale. L’umanità deve stabilire connessioni con il mondo che abita, perché tutto è interconnesso e in relazione.

Questa biennale mette in scena il dolore, l’ansietà, l’impotenza, la perdita, ma anche il desiderio di vita e di cambiamento.

C’è molta fotografia, e anche per questo la metafora del “mettere a fuoco” mi appare il tema dominante di tutta la rassegna.

Il ruolo dell’arte è mettere a fuoco quello che l’abitudine cela. L’abitudine può diventare indifferenza. L’arte ci risveglia dal bisogno di dimenticare, di lasciarsi andare. Questa che incontriamo alla Biennale del 2019 è un’arte fortemente politicizzata, completamente immersa nel presente, nelle difficoltà del mondo in cui viviamo.

Un’amica che visitava con me la Biennale mi ha detto: “Io voglio che l’arte sia diversa dalla vita”. Questa non è un’arte che fa sognare, che offre rifugio in un mondo fantastico. Passando da un’installazione all’altra, da un padiglione all’altro, sembra di non avere tregua.

Ma nella sua tragicità penso che sia un’arte a servizio della vita.

Un importante controcanto alla Biennale d’arte è la mostra Letizia Battaglia, Fotografia come scelta di vita, a cura di Francesca Alfano Miglietti, alla Casa dei tre Oci, alla Giudecca, un’esperienza molto intensa, indimenticabile, una di quelle mostre che permettono un vero incontro.[5]

Letizia Battaglia oggi ha 84 anni, ed è una grande fotografa e una grande donna. Nei due film intervista presenti alla mostra, si dichiara femminista[6], pensa che le donne abbiano una poetica diversa. “La fotografia è una parte di me, ma non è la parte assoluta, anche se mi prende tantissimo tempo.” Mettere la vita al primo posto e non fare dell’arte un assoluto. Io credo che qui stia la vera differenza nel modo di vivere l’arte di una donna e di un uomo.

Come diverse artiste del passato e del presente, Letizia Battaglia smitizza la figura dell’artista: “Fin da bambina sognavo di diventare scrittrice, per cui il giornalismo era una cosa naturale. Però, quando portavo da free-lance un’idea, un articolo, mi dicevano sempre “e le fotografie”? Allora una mia amica mi regalò una macchinetta e iniziai a fotografare. Ma già allora era un mezzo che non conoscevo, anzi non lo conosco neanche oggi! Ho sempre fotografato quasi per miracolo. Non ho mai capito le tecniche, però sapevo quelle quattro cose che mi sono servite.”

“…I risultati non dipendono dall’attrezzatura, ma da testa, cuore e cervello… consiglio di fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto o di una carezza.”

“La fotografia è stata la mia salvezza. Ero una donna inquieta e attraverso la macchina fotografica ho potuto trovare un equilibrio”.

“Di Palermo, oggi, mi sento un po’ madre… provo a prendermene cura sapendo che non è affatto facile”. “Prima di fotografare la città, c’era la passione per la città, il rammarico, la rabbia per tutto quello che stava avvenendo. Per cui la mia macchina fotografica era come un altro cuore, un’altra testa, non era un mezzo per vendere fotografie, per diventare famosa, era il mio cuore che parlava.

…questi esseri ci macchiavano, ci corrompevano… Oggi c’è una mafia più grande e forte… che è dentro le istituzioni, tutte le istituzioni.”

“Io invento la mia speranza”, lei dice. Penso che queste parole possano esprimere anche il senso della pratica artistica, e prima di tutto un rapporto creativo con la vita, l’unico modo per darle un senso. Letizia Battaglia ha fotografato il dolore e la morte lavorando come reporter per il giornale L’ora di Palermo. Per poter accettare il dolore ha messo a fuoco la bellezza, questo le ha permesso di non arrendersi, “di inventarsi la speranza”.

La speranza di cui parla si esprime soprattutto negli sguardi e negli atteggiamenti delle bambine, nella bellezza delle donne. “Amo fotografare le donne… E cerco gli occhi profondi e sognanti delle bambine: mi ricordano me stessa a dieci anni, quando mi resi conto, di colpo, che il mondo non era poi così bello.” “Non mi veniva di fotografare gli uomini, i politici, mi venivano male, sfuocati… Avevo bisogno di fotografare le donne, perché fotografavo me stessa.” “…cercavo di raccontare non solo le défaillance, ma anche le cose belle. Perché io ho pure raccontato belle facce, belle bambine, belle situazioni più che altro al femminile.”

Il suo scenario è la città, Palermo, con le sue tragedie, i numerosissimi delitti di Mafia degli anni ’70, ’80, ’90, le manifestazioni, le piazze, le feste, le bambine e i bambini. La bellezza dei loro sguardi e dei loro volti redime dal dolore, ci restituisce un’umanità ricca di pietas, piena di dignità. “…Dovevo far capire che fotografavo perché li rispettavo” dice dei parenti delle vittime…” “Ho puntato l’obbiettivo con rispetto e solidarietà, mai con cinismo, cosciente in ogni modo di avere il dovere di documentare”. “Sentivo di dover vivere opponendomi all’orrore. Non so se sarei capace di fotografare una guerra, perché per me è indispensabile l’amore. Certo, avrei un amore umano per il dolore che vedrei. Ma ho adorato Palermo…”

“Credo che dentro una foto ci siano pure i baci che hai dato e che ti hanno dato. Quando si fotografa c’è la vita che hai vissuto, tutto è dentro una foto quando è ben riuscita.”


(Versione integrale del testo pubblicato in forma ridotta sulla rivista online di Diotima Per amore del mondo, 2019)



[1] Il curatore americano Ralph Rugoff, sostiene che le artiste hanno sempre avuto qualcosa da dire, ma che gli uomini riescono a conquistare molte più mostre personali, e che c’è ancora tanta strada da fare. (Intervista di Arianna di Genova, Alias, il manifesto, 1 maggio 2019)

[2] Nell’installazione Né altra Né questa. La sfida al labirinto, a cura di Milovan Ferronato, si trovano anche i lavori di Liliana Moro e Enrico David. Il curatore possedeva le bozze di un inedito di Chiara Fumai, di cui era amico.

[3] L’esposizione del relitto ha suscitato molte critiche da parte della Lega. Il candidato a Bruxelles di Salvini ha dichiarato che non avrebbe messo piede alla Biennale, perché troppo politica. Ci sono state critiche e perplessità anche di altro tipo, meno becero. Il dibattito è aperto.

[4] A cura di Raffaella Perna e Marco Scotini. Questa mostra segna una tappa importante e significativa nella storia dell’arte visiva, perché per la prima volta vengono raccolte opere di artiste italiane, che hanno partecipato al movimento delle donne, e che non erano presenti nelle rassegne internazionali.

[5] Peccato che termini il 18 agosto, molto prima della Biennale che si chiude il 24 novembre.

[6] Nel 1991 è fondatrice della rivista bimestrale “Mezzocielo”, realizzato da sole donne. Dal 2017 dirige il Centro internazionale di fotografia presso i Cantieri culturali della Zisa di Palermo.

Print Friendly, PDF & Email