7 Novembre 2014

Tenendo per mano il mondo

di Rossella Porcheddu

in Letterate Magazine, LM Home, Mostre, Parole/Visioni |

 

«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini. Una frase impressa nella memoria di Maria Lai, sua allieva all’Accademia di Venezia, come raccontato in un video in mostra al Palazzo di Città di Cagliari. Non è in quello spazio, però, che ci si rende conto di quanto l’opera dell’artista sarda appartenga al luogo che l’ha vista nascere e che ha stimolato i suoi giochi di bambina.

È Ulassai, con le sue montagne e i suoi precipizi, a restituirci quel respiro che Maria Lai ha sempre cercato. E sebbene l’Ogliastra sia solo la seconda tappa di Ricucire il mondo, esposizione che ripercorre l’intera produzione dell’artista scomparsa nell’aprile del 2013, a noi sembra fondamentale partire da lì. Senza inseguire un arco temporale, piuttosto tracciando un percorso emotivo.

Ne La strada del rito pani, uccelli e pesci di pietra si rincorrono per circa sette chilometri. All’ingresso del paese, un muro alto venti metri accoglie Le capre cucite. È l’arte che dialoga con la natura, senza prendere il sopravvento su di essa, anzi, amalgamandosi ad essa.

Maria Lai, La scarpata

Si estende per trenta metri di altezza e ottanta di lunghezza La scarpata, realizzata nel 1993 per abbellire una muraglia contenitiva. Naturale è la disposizione delle pietre, altrettanto quella degli elementi in acciaio ossidante, che il vento, intervenuto a disturbare le fasi del lavoro, ha scombinato, modificando il progetto iniziale. Ed è ancora il vento a infilarsi tra le braccia del dio che si erge immobile nel Parco Eolico di Ulassai, nell’opera La cattura dell’ala del vento. Ed è l’uomo che non vuole piegare la natura ed è la natura che coadiuva l’uomo (senza voler dare alcun giudizio, in questa sede, sulla funzionalità delle pale, che tante polemiche hanno generato).

Maria Lai, La cattura dell’ala del vento

Se questi interventi ambientali ci restituiscono un’artista in ascolto della natura, c’è un’altra opera, tra quelle che compongono il Museo all’aperto, più raccolta, più intima. Addentrandoci nel paese, troviamo nella chiesa parrocchiale di Sant’Antioco quindici pannelli con le stazioni della Via Crucis. Un po’ di muffa a ricordare il tempo che passa e grovigli di fili per stilizzare la croce, per raccontare la fatica, per accennare il corpo morente. Pochi tratti per raccontare la Passione. Ed è così anche per la Sindone che troviamo al Museo Man, dove la mostra si è già conclusa (alla Stazione dell’Arte di Ulassai e al Palazzo di Città di Cagliati c’è tempo, invece, fino al 2 novembre). Adagiato a una parete, il lenzuolo è attraversato da una linea verticale che conduce al fulcro, un volto senza lineamenti, fatto di capelli, di barba e di spine.

Ed è importante sottolineare che quella di Cristo è una delle poche fisionomie umane che popolano l’arte di Maria Lai, più vicina all’informale che al figurativo. Ha fattezze umane anche Maria Pietra, protagonista di una delle favole cucite, offerta nel museo nuorese a una fruizione tattile. Guanto su una mano, le pagine di stoffa si possono toccare e sfogliare, mentre la voce di Maria Lai racconta la storia scritta da Salvatore Cambosu. Storia di una donna con abilità che vorrebbe non avere. Storia di una madre che piangendo il figlio morto impasta bambini di pane. La condizione femminile è indagata in Donne al loro posto del 1975, piccola teca con donne in gabbia esposta a Cagliari, e in una delle più celebri fiabe cucite, Il Dio distratto, esposta al Man, che vede le janas sussurrare nelle orecchie delle donne parole di libertà. E dal momento che lo sguardo di Maria Lai è raramente autoriferito, è un piacere scoprire in una piccola saletta, le Autobiografie: cornici a contenere scritture illeggibili, grovigli di fili a cadere oltre il bordo, per un timido racconto di sé.

Passando attraverso le sale del Palazzo di Città, dove, bisogna dirlo, l’allestimento non giova certo all’esposizione, s’incontra la prima produzione, i disegni, i presepi, i telai, i Pupi e le Geografie, che rimandando a luoghi e a mondi altri, puntando all’infinito da cui tutto proviene.

Salendo le scale del Man vediamo libri cuciti, telai di pietra, le carte da gioco – I luoghi dell’arte a portata di mano – per fare arte, leggere l’arte, ridefinire l’arte, e alcune foto di Legarsi alla montagna, intervento collettivo che ha visto la partecipazione dell’intero paese di Ulassai.

E se la mostra al Man, che tocca la produzione più matura, è sicuramente la più riuscita, per ideazione, allestimento e illuminazione, è alla Stazione dell’Arte di Ulassai, che per l’occasione ha riproposto l’allestimento di apertura dello spazio espositivo, nel 2006, che si conserva una delle opere più significative: Invito a tavola, realizzato per Pitti Immagine Casa nel 2004. Opera d’arte che viene offerta allo spettatore con un rituale, simile ad un invito a cena.

Tre luoghi. Tre spazi espositivi. Tre mostre per un’unica artista: un ricco banchetto per ogni invitato. A nutrirci sono quei primi segni di matita, è la curva di una pancia che culla un bambino. Sono le linee che puntano all’infinito, le regole cercate e le fiabe tramandate. Sono le parole aggrovigliate e non scritte, per quel gioco di detto e non detto di cui parlava Heidegger.

«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini, e Maria Lai ha fatto suo questo assioma. E a ricordarcelo resta, sopra ogni cosa, l’immagine dei nastri che stringono ogni casa di Ulassai all’altra e infine ricongiungono il paese alla montagna, per chiedere pace. Un’opera di cui non restano tracce visibili, se non nella memoria di chi vi ha preso parte e nelle immagini in bianco e nero di quel nastro azzurro, simbolo dell’arte, che può rendere l’uomo libero.

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